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Sbatti il comandante in prima pagina

Si è già detto molto sulla vicenda della Costa Concordia. Quello che interessa esaminare qui non è tanto l’accaduto, ora materia giudiziaria, quanto lo psicodramma collettivo veicolato dall’eccezionale potenza di fuoco con cui tutti i media, italiani e stranieri, con pochissime eccezioni, hanno deciso di fare a brandelli, fino alla distruzione totale, il comandante della nave, Francesco Schettino. Il quale, va detto subito, a scanso di equivoci, ha probabilmente tutta la responsabilità nell’accaduto. Responsabilità che, stando ai fatti, si troverà a pagare in toto, com’è giusto che sia. Ma il massacro che i media ne stanno facendo è un sovrapprezzo tale da apparire grottesco e disumano. Come forse l’informazione non dovrebbe mai essere.

All’inizio, l’abbondanza di suggestioni buone per l’audience ha spiazzato l’informazione. Nell’inquadratura sono finiti subito i superstiti e la loro rabbia. Poi le vittime, il cui conteggio troppo oscillante, insieme all’impossibilità di inquadrare subito pile di cadaveri, dopo un po’ ha perso appeal. Poi è spuntato il commissario di bordo “eroe”, bruciato in un fiat dai consumatori d’informazione, a cui vengono subito a noia i personaggi che non creano indignazione o non fanno scorrere sangue. Esauriti i bocconi subito disponibili, quindi, i media si sono concentrati sul comandante della Concordia, l’accusato numero uno diventato in breve, con un’escalation vertiginosa, il colpevole a prescindere e il capro espiatorio.

Schettino è la preda perfetta per i media assetati di sangue, quindi di audience e introiti pubblicitari. Perfetta perché indifesa, essendo stata scaricata subito dalla compagnia armatrice. E da quel momento l’approccio alla notizia è stato orientato a spolparla. Gli istinti più bassi dell’opinione pubblica sono stati portati all’orgasmo da un’informazione calda, di pancia, spietata, indisponibile a far sconti. In una parola, priva di una anche minima briciola di umanità. Ragionamenti a freddo zero, anche grazie all’amplificatore dei social network, dove la creatività, la fuffa e i miti metropolitani troppo spesso prosperano fino a diventare verità rivelate.

Ed è così che il sobrio Corriere della Sera, versione web, non esita a sottotitolare, riferendosi a Schettino: “L’uomo più odiato d’Italia”. Mentana al TG serale ne parla come se si trattasse di un omicida antisociale. E così via in un sabba infernale al centro del quale sta il comandante, già incarcerato. L’apoteosi arriva con la pubblicazione della telefonata (ma essendo materiale probatorio, ed essendo l’inchiesta penale ancora in corso, non c’è il segreto d’ufficio?) tra lo stesso Schettino e il comandante De Falco, della Capitaneria di Livorno. Lì il quadro emozionale diventa semplicemente perfetto.

I media sono fortunati, in questo caso: i protagonisti del dramma collettivo che hanno deciso di interpretare hanno pure i nomi giusti. Quello del perdente da fare a pezzi è un diminutivo, dal suono sgradevolmente trillante, attribuito a un facciotto da guaglione gaudente e sfrontato. Il duro della situazione, il buono, invece si chiama nientemeno che De Falco. Ma quanto è rassicurante un ufficiale militare che si chiama così? In aviazione sarebbe stato perfetto, ma in assenza di un De Squalo va bene comunque. Già solo dal nome, per i media è l’uomo giusto al momento giusto. Come tale, riceve la loro benedizione, e quindi quella del paese.

Il suo intimare poderosi ordini a una persona in evidente stato di shock, consapevole di aver determinato una tragedia per una smargiassata, mette brividi di piacere al basso ventre del popolo, che i media amplificano con voluttà. A risuonare per tutti i TG, siti web e giornali, è la riedizione dell’antico “dagli all’untore”, condito in esaltante salsa Full Metal Jacket. Gli italiani ascoltano, pieni di gratitudine a De Falco che ha voluto registrare la conversazione, e nel brivido dell’uomo giusto che schiaccia sotto il tacco l’odiato uomo che sbaglia, dimenticano per un attimo i salassi, le insolvenze dei paesi vicini, Equitalia e tutti gli altri affanni presenti e futuri.

Chissà che nei tweet riportati da giornali e TV tipo: «Da grande voglio essere De Falco», o «Un esempio per tutta l'Italia», o ancora «Questa è l'Italia che vogliamo vedere», non si nasconda una nuova intima inclinazione degli italiani verso i regimi militari. Sta di fatto che oggi, a differenza di qualche mese fa, l’opinione pubblica, col supporto dell’informazione, si mostra febbrilmente desiderosa di fare a pezzi il primo guaglione gaudente e sfrontato a disposizione, purché inerme.

C’è una grande, agghiacciante disumanità in tutto questo. A fronte di uno Schettino irresponsabile, come ne capitano a volte, drammaticamente, c’è un paese reso isterico dalla storia recente e dalla crisi, pilotato da media furbeschi, ansiosi di catturare audience con narrazioni emozionali, e di confondere informazione e intrattenimento di bassa lega. C’è un paese privato di humana pietas da quella paura collettiva che esige sempre un capro espiatorio, con un sistema mediatico a supporto che si mostra più letale di un cobra, a finirci in mezzo come bersaglio, quand’anche da colpevole. Ha detto bene Gramellini, su La Stampa, unica voce ragionevole in un panorama informativo sconfortante: «anche ai capri espiatori si concedono degli sconti». Ma ha detto ancora meglio il sito di Spinoza: «Tutti con il comandante De Falco: "È lui l'Italia vera". Quella brava a parlare da casa».

Davide Stasi

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È uscito il numero di gennaio 2012 (40) de La Voce del Ribelle - Sommario

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