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Ma che cos'è il mercato? (e il complottismo?)

Risposta di Federico Zamboni a un commento di un lettore, su un tema interessante per tutti.

D

Gentile Federico,

apprezzo il suo scritto. Epurando l'aspetto di costume (eventuali uomini incappucciati..) dal concetto, il nodo, per dirimere lo stesso, è nel dato oggettivo. Il dato oggettivo è nella prova. Elemento questo che sposta l'evento, dall'ipotesi alla certezza.

Nell'ampliamento sematico del termine.. gli esempi di vita quotidiana da lei riportati sono giustamente congrui... E proprio da tali esempi che è possibile spostare l'asse del discorso nei seguenti termini: "I soggetti che si coalizzano per far carriera guardandosi bene dal dirlo a colleghi o superiori" sono soggetti agenti o prodotto del sistema? In altri termini: sarebbe possibile far carriera se non ci si coalizzasse? Tralascio il giudizio di valore del far carriera che mi è estraneo... Ma se la si vuole fare (la carriera) queste sono le condizioni: coalizzarsi. E nel coalizzarsi è insito l'occulto.

Ora: l'esempio è di fatto generico ma serve ad evidenziare gli aspetti del ragionamento, che per chi scrive, risiedono nel sistema, che, sempre per chi scrive è perfetto sinonimo di mercato.

E allora: le lobby che agiscono nel mercato, sono prodotto dello stesso (traendone, si intende, il maggior profitto possibile, coalizzandosi spesso con fini speculativi) o viceversa esercitano su di esso controllo e direzione? Personalmente, protendo per la prima ipotesi.

Ma che cos'è il mercato? E' sicuramente l'iperproduzione di merci delle multinazionali. E' anche però l'azienda locale che produce beni o servizi. Sono le oligarchie economiche che raggiungono ampi guadagni in modo più o meno lecito, ma anche il semplice operatore finanziario che esercita una professione e consiglia i propri clienti nell'ottenere un guadagno. (Qui conosco la vostra obiezione che tende ad evidenziare che il LAVORO deve generare qualcosa di concreto... però i mercati finanziari, nella loro accezione originaria hanno anchessi un merito che è quello di finanziare le aziende). E ancora: il mercato è l'insieme dei consumatori che acquistano, guidati da desideri indotti, oggetti per sostituire inconsapevolmente desideri primari, ma anche i GAS. Il mercato è l'azienda agricola che produce prodotti biologici ma anche la multinazionale che produce grano. Il mercato, per finire, sono milioni di merci prodotte ed acquistate ma anche il prodotto La Voce del Ribelle che, piaccia o meno è anch'esso un prodotto editoriale e quindi di mercato. Che qualcuno acquista perchè ne ha bisogno, perchè lo trova utile. Perchè per qualcuno, è fonte di identità.

E che differenza c'è tra me che acquisto La voce del Ribelle e chi acquista un capo di abbigliamento di marca?

Una delle risposte è sicuramente nella finalità. Un'altra è nella possibile necessità di consapevolezza. Rimaniamo, però, attenzione, sempre nel concetto di mercato.

E allora: esiste un mercato buono ed uno cattivo? E in altri termini: esiste il giusto e lo sbagliato? Il bene e il male? O semplicemente uno è prodotto dell'altro?

La via d'uscita sono le regole. Mettere regole al mercato. Perchè solo con regole rigide e severe sarà possibile riportare il concetto al suo giusto valore che sta nell'essere uno tra i tanti aspetti dell'esistenza piuttosto che l'esistenza.

 

Andrea Samassa

 

R

Caro Andrea, sull’idea che alla base di quello che sta accadendo in campo economico e sociale ci sia un “sistema” sono d’accordo. Così come lo sono sul fatto che la quasi totalità di quelli che si adeguano ai suoi condizionamenti – subendoli per un verso e rafforzandoli per l’altro, come i detenuti che si prestano a fare da sorveglianti e tiranneggiano i loro stessi compagni di prigionia – non fanno altro che muoversi all’interno di regole che non hanno scelto e di meccanismi che li sovrastano e sui quali non hanno nessun potere di modifica.

Ma il punto, e in questo direi che divergiamo, è che secondo me questo sistema non è affatto casuale. E men che meno, al contrario di ciò che postulano i liberisti, è il riflesso di una tendenza “naturale”, e perciò insopprimibile, ad agire in termini utilitaristici, che inducono a imperniare la propria condotta – e persino la propria esistenza – su criteri analoghi a quelli di un’impresa. Si fa quello che è più vantaggioso per sé e non ci si preoccupa delle conseguenze che si producono sugli altri. La generica idea di vantaggio (che si presta anche a una declinazione psicologica, ma su questo tornerò più avanti) si irrigidisce in quella di profitto, ovverosia di beneficio misurabile sotto forma di denaro, spianando la strada alle sue versioni estremizzate che sono il massimo profitto, l’interesse usurario e la speculazione finanziaria.

Una volta che si sia assorbita in profondità questa concezione, fino a non rendersi più conto che non è affatto una modalità spontanea e universale degli esseri umani ma una costruzione teorica quanto mai opinabile, e parecchio sordida, il danno è pressoché irreversibile.  I suoi pseudo valori diventeranno gli unici, o quelli dominanti, intorno ai quali organizzare (organizzare!) la propria vita. Al punto che non ci si chiederà più se una certa condotta vada giudicata alla luce di criteri diversi dal guadagno e, nella migliore delle ipotesi, dell’osservanza formale delle leggi. 

Se questo sistema non è spontaneo, quindi, non è peregrino ipotizzare che esso sia stato sviluppato, se non proprio ideato a priori, da chi riteneva di potersene servire per raggiungere i propri scopi. Ed è già in questo tratto, o se si vuole in questo vizio d’origine, che affondano le radici dell’attuale, dilagante tendenza all’arbitrio e alla manipolazione. I cosiddetti “complotti”, in fin dei conti, non sono altro che questo: operazioni occulte di particolare gravità, che vengono mascherate da eventi accidentali, attribuiti a nient’altro che all’imponderabile azione delle forze in campo. Le quali, sempre secondo questa rappresentazione auto assolutoria, sono innumerevoli e nella loro essenza indipendenti l’una dall’altra, benché legate tra loro dall’obiettiva e inevitabile condivisione di certe regole del gioco. Detto in una parola, utilizzata di continuo per sintetizzare questa pretesa libertà assoluta che in quanto tale sarebbe refrattaria a qualunque regia complessiva, il celebratissimo “mercato”.

A ben riflettere, invece, la manipolazione per eccellenza è proprio quella che va al di là del caso specifico, per quanto rilevante, e si estende alla realtà nel suo insieme. Il singolo giocatore truffaldino è un semplice baro, e ha una pericolosità limitata. Quello che è davvero temibile è quello che mette in piedi un casinò. O una catena di casinò. Apparentemente sottostà a delle regole, che sono all’incirca le stesse dei suoi clienti-avversari. In realtà le regole sono fatte apposta per favorire lui. Vedi lo zero nel gioco della roulette. O l’elemento statistico negli altri giochi d’azzardo, nonché in quell’apoteosi dell’alea, e perciò dell’ottusità compulsiva di chi ci butta i propri soldi, che sono le slot-machine. 

Se poi il nostro biscazziere è davvero furbo, e di solito lo è, allora non si accontenta di fare leva sulle attrattive del gioco in quanto tale, ma vi affianca una serie di ulteriori elementi di pressione psicologica. Che sono tutti, Las Vegas docet, nel segno dell’ebbrezza e dello stordimento. Ovverosia, per abbandonare l’esempio e tornare ai processi economici veri e propri, di quella smania di arricchirsi e di consumare che è l’architrave dell’istupidimento contemporaneo.

Come ricorda Jeremy Rifkin nel suo “La fine del lavoro”, a inizio Novecento i lavoratori statunitensi non erano affatto propensi a lavorare di più solo perché ne avrebbero ricavato un aumento della retribuzione. La loro scala valoriale era un’altra, e anteponeva il tempo libero da dedicare a ciò che preferivano, ivi inclusi gli affetti, al possesso di maggiori quantità di denaro. Ergo, vennero avviate delle massicce campagne pubblicitarie per enfatizzare non solo l’attrattiva di questa o quella merce, ma per instillare la convinzione che un più alto livello di consumo qualificasse in senso positivo l’acquirente e comportasse un riconoscimento sociale. E che, pertanto, fosse più che mai desiderabile.

Come la vogliamo definire, un’operazione di questa natura e di questo calibro? E perché mai non la dovremmo assimilare a un “complotto”, nel senso di una strategia, deliberata, e deteriore, e occulta, che mira a corrompere la popolazione e ad asservirla alle mire di un’oligarchia di sfruttatori? 

Un’ultima considerazione, infine, riguardo all’idea che in fondo rientri tutto nel mercato, inteso come l’ambito in cui si iscrive qualsiasi attività umana imperniata sulla cessione di qualcosa che può essere oggetto di compravendita. Cito dal post: «Il mercato è l'insieme dei consumatori che acquistano, guidati da desideri indotti, oggetti per sostituire inconsapevolmente desideri primari, ma anche i GAS. Il mercato è l'azienda agricola che produce prodotti biologici ma anche la multinazionale che produce grano. Il mercato, per finire, sono milioni di merci prodotte ed acquistate ma anche il prodotto La Voce del Ribelle che, piaccia o meno è anch'esso un prodotto editoriale e quindi di mercato. Che qualcuno acquista perchè ne ha bisogno, perchè lo trova utile. Perchè per qualcuno, è fonte di identità.E che differenza c'è tra me che acquisto La voce del Ribelle e chi acquista un capo di abbigliamento di marca?».

Non ci siamo. La Voce del Ribelle non è affatto un prodotto, nel senso che non nasce per conseguire un profitto. Come ha spiegato tante e tante volte Valerio Lo Monaco, quello che noi definiamo “abbonamento”, come si usa dire in ambito editoriale, è in realtà un contributo alla nostra iniziativa, che non si prefigge alcuno scopo di lucro. Noi siamo costretti, nostro malgrado, a fissare un “prezzo” per poter disporre delle risorse necessarie a proseguire l’attività e magari a migliorarla, ma il nostro obiettivo non è certo incassare il più possibile. Saremmo degli idioti assoluti, se fosse così. Perché ci saremmo scelti un mercato che praticamente non esiste, e che d’altronde noi non facciamo nulla per creare, o ampliare, accattivandoci i potenziali lettori a colpi di proclami massimalisti e di requisitorie che fanno leva sull’emotività. 

E allora, per rispondere alle domande finali, la risposta è sì. Secondo me esistono eccome «un mercato buono e uno cattivo». Quello che specula sull’avidità materiale, e sull’insicurezza psicologica, è il mercato cattivo. L’altro, che si concentra sul valore intrinseco di ciò che crea (“crea”, non “produce”), è quello buono. E lo è, innanzitutto, perché non nasce come mercato, e dunque per vendere qualcosa a qualcuno e ritrarne un profitto, ma come occasione di scambio reciproco. Il tempo di uno ha generato un bene. Il tempo di un altro ne ha generato uno diverso. Il denaro, finché non si tramuta nel mostro incontrollabile e autoreferenziale che sappiamo, sostituisce il baratto. Ma non ne dimentica la funzione. Non ne tradisce lo spirito. E non esclude il piacere, la gioia, la libertà assoluta e rinfrancante del dono. 

fz

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