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Hormuz: la “provocazione iraniana”? Un atto dovuto

“Provocazione”, “braccio di ferro” e via così, ha titolato la stampa di regime, nazionale e non, sulle esercitazioni iraniane, comprensive di lancio di missili a medio raggio, nella zona dello stretto di Hormuz. Viene, però, da domandarsi dove sia la “provocazione”, se uno Stato sovrano, per quanto lo si possa considerare odioso, effettua esercitazioni militari difensive sul suo territorio e in zone di sua pertinenza, rispettando, peraltro, le prassi informative necessarie in queste occasioni.

È l’Iran il provocatore, o chi di continuo minaccia raid militari contro il suo territorio e tiene ingenti forze militari, soprattutto navali, presso i suoi confini? L’Iran ha semplicemente, in previsione del minacciato attacco, testato le sue capacità di difesa e avvertito che non lo subirà passivamente, ma reagirà ingaggiando una guerra con tutti i mezzi a sua disposizione, onorevoli e non. Dopo Hiroshima, del resto, che può dire che in guerra tutto non sia diventato concesso, specie se gli attacchi avvengono senza previa formale dichiarazione di guerra?

L’Iran non ha dunque messo in atto nessuna “provocazione”. Ha semmai reagito alle continue “provocazioni” israeliane e statunitensi, cui si va assommando la guerra religiosa mossa dall’Arabia Saudita contro gli Sciiti. Queste esercitazioni sono solo un legittimo avvertimento da parte di uno Stato membro delle Nazioni Unite, e non uno dei tanti atti di guerra che altri onorevoli membri si possono permettere, perché l’aggredito non fa parte dell’organizzazione per “diritto di veto”, attuando poi, questi sì, blocchi navali assolutamente illegittimi.

Ferdinando Menconi

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