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Erdogan, l’amico di Obama

Obama in un’intervista rilasciata a Time ha fatto il nome dei cinque leader internazionali con cui ha un rapporto privilegiato, basato su fiducia e lealtà, al limite dell’amicizia.

Fra questi spicca il nome del premier turco Recep Tayyip Erdogan, in apparente divergenza con gli ultimi avvenimenti “ufficiali” dello scacchiere mediorientale ed eurasiatico, per tacere dei manifestanti che, nelle piazze turche, contestano la legge francese, al vaglio del Sènat, contro il negazionismo del genocidio armeno. E nel farlo si scagliano contro l’imperialismo occidentale e statunitense.

Erdogan, invece, resta amico degli Stati Uniti, nonostante sia pure, ufficialmente, ai ferri corti con Israele. Questo può, quindi, far legittimamente supporre che fra Ankara e Tel Aviv sia in atto un gioco delle parti, finalizzato a far recuperare alla Turchia quella credibilità verso l’Islam che fu incrinata dall’amicizia con lo “Stato Ebraico”. Un piano che, nelle intenzioni, dovrebbe portare Ankara in una posizione dominante tale da permetterle di dare una stabilità alla regione che soddisfi, oltre alle sue esigenze, quelle di Stati Uniti ed Israele, senza dimenticare l’Arabia Saudita.

Così si spiegherebbe il ruolo che la Turchia sta giocando, spingendo per un’invasione straniera della Siria, nella gestione della primavera araba. Un disegno in cui rientrano le frizioni con l’Iran, fomentate non solo da Tel Aviv e Washington, ma anche da Riad, nell’ambito della guerra di religione fra sciiti e sunniti attualmente in corso.

Non va dimenticato, poi, l’appoggio dato dall’amministrazione americana al, fallito, gasdotto “Nabucco” che avrebbe dovuto mettere sotto scacco sia Russia che Europa, nonché la forte sponsorizzazione di Washington per l’ingresso dei turchi nella UE, così da indebolirla ulteriormente.
Quando Erdogan, quindi, si scaglia contro Israele, usando toni quasi degni di un presidente iraniano, non va preso troppo sul serio: non è il paladino dei palestinesi, ma l’ennesimo leader islamico che li usa ai fini della propria politica, che coincide con quella statunitense ed aspira ad un nuovo sultanato mediorientale.

(fm)

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