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Gingrich vince, Obama si rallegra

La vittoria di Newt Gingrich nelle primarie del South Carolina non fa felici solo i suoi sostenitori repubblicani, ma anche i vertici dello schieramento democratico. Ovverosia lo stesso Obama e il capo del suo staff per le Presidenziali, Jim Messina.

Come riferisce Paolo Mastrolilli, inviato a New York per il quotidiano La Stampa, subito dopo il successo di Gingrich Messina si è lasciato andare a qualche commento via Twitter: prima un sarcastico, «Wow, Romney era davanti a Newt di 25 punti, una settimana fa. Non puoi non amare la politica», e poi una riflessione un tantino più approfondita,  «Interessante chicca degli exit poll in South Carolina: Romney ha perso tra gli indipendenti, come aveva fatto in Iowa e New Hampshire». Il motivo di tanta soddisfazione è preciso, e rientra nell’analisi che abbiamo fatto venerdì scorso (qui): lo schieramento repubblicano appare debole, diviso e, soprattutto, senza nessun candidato davvero carismatico che sia in grado di ricompattare le contrapposizioni interne, una volta ottenuta la nomination, e di affascinare quei cittadini che non abbiano già deciso di sostenere comunque il Grand Old Party.

Dal punto di vista di Obama la situazione è considerata favorevole in ogni caso. Nonostante l’estrema incertezza di questo scorcio iniziale della sfida, con tre diversi vincitori in altrettante votazioni e con la netta e sorprendente affermazione di Gingrich, si ritiene che alla lunga il favorito continui a essere Mitt Romney. Maggiori saranno le sue difficoltà nell’aggiudicarsi la competizione interna, però, e minore sarà la sua credibilità come leader. Il protrarsi del testa a testa con uno o più avversari, inoltre, andrebbe a incidere pesantemente sui fondi, pur cospicui, di cui dispone attualmente, limitando le risorse da destinare allo scontro con Obama.

D’altro canto, l’eventuale prevalere dello stesso Gingrich o di Santorum (sorvolando sull’ascesa praticamente impossibile di Ron Paul) risulterebbe a sua volta un esito contraddittorio, per i limiti opposti dei due esponenti: il primo troppo usurato dalla sua lunghissima carriera, il secondo non abbastanza autorevole.

La convinzione di Obama & C., insomma, è che a novembre la rielezione dipenderà innanzitutto da loro stessi. Cioè dalla capacità di indurre la maggior parte degli elettori a considerare il perdurare della crisi non già come un fallimento del presidente in carica, ma come il riflesso di quelle disuguaglianze sociali che i repubblicani difendono non solo di fatto ma addirittura in linea di principio.
(ml)

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