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Decoro pubblico: più importante del falso in bilancio

Urinare in luogo pubblico è reato. Sempre e comunque. Non basterà più appartarsi ed evitare che qualcuno se ne accorga: bisognerà fare la fila al bagno di un bar o affrettarsi ad arrivarci, qualora ci si trovi lontani da un centro abitato. La sentenza n. 40012/11 della Corte di Cassazione, infatti, ha stabilito che basta solo la possibilità, seppur vaga, che il gesto venga percepito da terzi per far rientrare l'atto tra quelli contrari alla pubblica decenza.

Non è tanto la decisione in sé a destare scalpore quanto la determinazione della Procura Generale della Repubblica nel perseguire il fatto, trattandolo con la serietà di un reato degno di tal nome. Per questa banalità al limite del ridicolo i magistrati hanno mostrato quella volontà granitica che in altre circostanze sembra mancargli, come ad esempio  quando si tratta di colpire gli evasori fiscali della lista Falciani. E a sua volta la Legge, che ha in pratica depenalizzato un reato grave come il falso in bilancio, ha confermato di essere il degno guardiano di questa società, nella quale si usa il pugno duro per le piccole infrazioni e i guanti di velluto per quelle macroscopiche.

Tutto è cominciato con il semplice caso di un ragazzo che di sera, mentre attende il suo turno per poter entrare in discoteca, è sorpreso da un bisogno impellente e si apparta per urinare. Il Giudice di Pace chiamato a occuparsi della vicenda – e permetteteci di rivolgere i nostri complimenti vivissimi a chi lo ha costretto a farlo, con la sua improvvida denuncia – stabilisce che non sussiste il reato di atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.) dal momento che i presenti non si sono accorti di nulla. A contraddirlo però arriva il Procuratore Generale che ricorre in Cassazione facendo annullare la sentenza di assoluzione.

Il destino dell'imprudente ragazzo si gioca su un sottile distinguo. L'atto contrario alla pubblica decenza, al contrario degli atti osceni in luogo pubblico (art. 527), non presuppone che ci sia qualcuno a guardare: è sufficiente non trovarsi in casa propria o dietro a una porta, per incappare nella violazione. Secondo la Suprema Corte, infatti «sono atti contrari alla pubblica decenza tutti quelli che in spregio ai criteri di convivenza e di decoro che debbono essere osservati nei rapporti tra consociati, provocano in questi ultimi disgusto o disapprovazione come l’orinare in luogo pubblico» (sent. n. 15678/2010).

Eppure, anche se la giurisprudenza gli dà torto, il buon senso tenderebbe ad evitare di affibbiare a un giovane in fila per andarsi a divertire il sabato sera un carico penale per una minuzia di questo genere. Per lui l'unica alternativa, per evitare di incorrere in un atto contrario alla pubblica decenza, era dunque farsela nelle braghe.

In fondo, non esiste nessuna legge che vieti l'auto-umiliazione.

(ss)

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