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Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Echo & the Bunnymen – 13 ottobre 2012 – Roma, Circolo degli Artisti

In un’epoca in cui la nostalgia del passato sembra esser diventata un anelito a una purezza primigenia e irrimediabilmente perduta, il continuo riformarsi di band che hanno segnato la storia della musica di venti, trenta, perfino quarant’anni fa, induce a porre due domande: saranno tornati insieme perché una rinvenente folata ispiratrice li ha spinti ad affrontare di nuovo sala prove, album e tour pur di rimettersi in gioco? O forse lo avranno fatto soltanto per vendere il simulacro di quello che furono e rimpinguare così le loro (magari) modeste pensioni fregandosi i nostri spiccioli?

Quale che sia la risposta più sincera – e fesso chi la dà, tra l’altro - mai come negli ultimi anni il fenomeno del come back si è moltiplicato esponenzialmente. Dal death metal fino al surf più frivolo, ogni genere e sottogenere della musica rock può vantare un nutrito stuolo di “morti viventi” o, per essere più gentili, di “begli addormentati” che hanno ripreso a calcare le scene.

Per i più giovani, va da sé, è una manna assoluta: dopo anni e anni passati a sentir parlare di questo o quel gruppo senza aver avuto la possibilità di vederlo all’opera, ora hanno finalmente l’occasione di farsi una cultura “sul campo” e, qualche volta, di farsela anche a prezzi modici rispetto a quelli che avrebbero pagato prima (anche se, ed è giusto sottolinearlo, molto spesso accade anche l’esatto contrario, cioè che i “dinosauri”, soprattutto quelli più vetusti, si facciano pagare ancor di più di quanto facessero quando cavalcavano l’onda del successo). Per i vecchi fan, invece, il conflitto interiore è terribile: tornare ancora una volta ad ascoltare gli eroi di gioventù con il rischio di trovarli irrimediabilmente peggiorati o sigillare i ricordi della “più bella stagione” negli anfratti protetti della memoria, consegnando tutto all’epica del racconto del militante che c’era quando bisognava esserci?

A prescindere da come ci si vuol orientare in questo senso, c’è una verità alla quale è difficile non voler credere. Chi nasce musicista e ha avuto, anche solo per un brevissimo periodo, la fortuna di potersi guadagnare la vita suonando, dopo centomila anni e magari centinaia di lavori fatti solo per tirar avanti la carretta, una volta rimesso nelle condizioni di poter tornare su un palco (essendo pagato decentemente, ovvio), nove volte su dieci decide di ributtarsi nella mischia. Inoltre, ed è bene sottolinearlo, se si pensa quasi sempre alla musica in termini di “arte”, “vocazione” e altri blablabla, appare francamente impossibile immaginare che chi ci è stato dentro possa davvero aver appeso a cuor sereno gli strumenti al chiodo. Certo, ci saranno strade forse più sicure, ma vuoi mettere l’emozione di ripercorrere certi boulevard in cui l’auto, fiutando da sola l’asfalto, può scatenarsi accelerando e facendoti sobbalzare in avanti a duecento all’ora? Insomma, per farla in breve, ci si deve abituare all’idea che, come per qualsiasi altra cosa, anche nel gran circo delle sette note tutti meritino una seconda (a volte anche terza, quarta) chance.

E dunque…

 

Nel 1997 molti fan della prima ora hanno storto il muso quando, dopo quasi dieci anni, Ian McCulloch e Will Sergeant decisero di rispolverare il glorioso monicker Echo & The Bunnymen per l’album Evergreen. Da una parte, nonostante  una buona vena compositiva, gli standard qualitativi delle loro nuove uscite apparivano sinceramente inferiori a capolavori come Porcupine o Ocean Rain; dall’altra, la proverbiale superbia del cantante di Liverpool ci aveva messo del suo, esagerando la portata della reunion, che, secondo le sue parole, doveva essere considerata come «la più importante nella storia della musica di tutti i tempi».

Eppure, al di là di ogni possibile perplessità, sono passati già quasi quindici anni da quel dado tratto, durante i quali il duo – sicuramente una delle coppie d’oro della musica degli anni Ottanta – ha comunque rinverdito i fasti della propria tradizione con spettacoli dal vivo apprezzati in tutto il mondo per la classe interpretativa dei suoi attori. Incassando, tra le altre cose, il riconoscimento (per altro incontestabile) di gruppo totemico per la scena indipendente, nonché la venerazione sconfinata dei Coldplay, i quali hanno elevato la musica dei Bunnymen a fonte di ispirazione prediletta delle loro composizioni eteree e multimilionarie.

Allora, cosa aspettarsi dal loro concerto di domani sera al Circolo degli Artisti, nell’ambito dell’interessante rassegna Ultrasuoni? Sicuramente di poter apprezzare dal vivo una delle voci e delle personalità più carismatiche della tanto decantata scena new wave inglese. Lo scontroso McCulloch, in oltre tre decadi di attività (ancora assai vivace: l’ultimo parto da solista, Pro patri mori, è uscito qualche mese fa sulla piattaforma Pledge Music, al momento soltanto in formato mp3,) è stato un interprete d’eccezione di quella corrente canora che ha saputo mescolare l’eredità di Bowie con le declinazioni accattivanti del crooning e, contemporaneamente, con una certa vena di epicità, arricchendo la forma vocale con una sostanza scenica fatta di scostante (anti) divismo e di dichiarazioni al vetriolo.

E se è vero che i ciuffoni dark e i raincoat scuri non sembrano essere più un must irrinunciabile per la pletora di nuovi “maudit” di cui sembra popolarsi il terzo millennio, è anche vero che il phisique du rôle e lo stile del cavallo di razza posseduti dal nostro, costituiscono una riserva d’annata del cui sapore, quanti si autoproclamano “ragionevoli esteti” del rock, non dovrebbero privarsi. E poi, beh, poi c’è la chitarra di Sergeant, mica noccioline! Probabilmente tra i più lucidi e influenti strumentisti-compositori della scena inglese degli anni Ottanta, non ha raggiunto la stessa fama iconica di Johnny Marr e Robert Smith ma ha, senza alcun dubbio, dato vita ad uno stile chitarristico dal quale hanno attinto a piene mani, oltre ad alcuni suoi illustri colleghi di quegli anni (vero The Edge?), anche un’infinità di band famose e meno famose in ogni angolo del pianeta (due nomi? I Verve e certi Radiohead, per esempio). Merito di una tecnica non comune in tempi durante i quali il retaggio ideologico del punk non incoraggiava certo a maneggiare con troppa cura gli strumenti, ma anche e soprattutto di una innata propensione a concepire le canzoni non come strutture basate su semplici riff o arpeggi che portano al bridge e poi al ritornello, ma come edifici le cui “facciate” devono avere rifiniture di classe e fregi di primo livello.

Ascoltando i capolavori dei Bunnymen, infatti, si rimane incantati ancora oggi dalla cura certosina con la quale Sergeant era in grado di intrecciare le parti ritmiche con quelle soliste, di inserire l’inciso “giusto” e di trovare la giusta rarefazione del suono, o anche dalla grazia con la quale sapeva accostare ipnotici suoni acustici a potenti, a volte maestose, scariche di pura elettricità. Il tutto senza mai dimenticare di bilanciare con esattezza la compresenza delle linee di basso, assolutamente portanti nell’economia dei pezzi degli Uomini Coniglio, e un drumming equilibrato.

Insomma, come definirlo se non un sapiente demiurgo in grado di sgrezzare fino alla più raffinata smerigliatura il materiale di partenza delle proprie creazioni?

 

Okay, questo è quanto. Che aggiungere? Magari sarete abituati a un suono più veloce e magniloquente di quello dei Bunnymen, o forse allignerete in quella ormai folta schiera per la quale la musica 3.0 deve essere acida, stonata e low fi a tutti i costi (e poco importa che a suonarla sia un maestro alla Steve Albini o una sora Lella con una chitarra scordata). E però… perché negarsi un bel giretto sull’ottovolante della melodia, quando la melodia sa parlare con la dolcezza di una sirena sotto una luna pericolosa, quasi… assassina (The Killing Moon, certo)?

Io un gettone lo comprerei, anche solo per curiosità di giocare a fare l’Ulisse “sonoro” della situazione. Vedrete: dopo vi verrà voglia di fare un altro giro. Sicuro.

Domenico "John P.I.L." Paris

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