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CORRUZIONE: CHE GUAIO, PER IL PIL…

Nel 2011 il fenomeno ha coinvolto, pare, almeno il 12% degli italiani. Ma l’allarme è tutto economico

Arrivano i dati, o più precisamente le stime, dell’Eurobarometer e confermano quello che in fondo è già arcinoto. Il sistema delle tangenti è tutt’altro che scomparso.

In Europa risulta che l’anno scorso, in media, l’otto per cento degli abitanti sia incappato personalmente in almeno un caso di richiesta illegale. In Italia la percentuale sale della metà, innalzandosi al dodici. In pratica, quattro milioni e mezzo di cittadini.

Nello stigmatizzare il problema, però, i commenti apparsi sui media si sono concentrati quasi esclusivamente sulle implicazioni economiche. Ad esempio: «Questa "tassa occulta" costa all'Italia dieci miliardi di euro in termini di Prodotto interno lordo,  circa 170 euro annui di reddito pro-capite e oltre il 6% in termini di produttività».

Si tratta, e non certo per caso, del medesimo approccio che si utilizza per le campagna sanitarie contro il fumo o l’obesità o altre patologie “sociali”: l’elemento su cui si fa leva è l’onere che ne deriva per le casse dell’erario. Chi si ammala di più, costa di più. Non è solo un nemico di se stesso, ma di tutti noi. Ovvero delle nostre tasche.  

Per la corruzione accade lo stesso: si sottolineano i riflessi negativi sul Pil, che ormai è il sommo valore – e il sommo idolo – al quale chiunque deve inchinarsi. Anzi, prostrarsi.

La lettura più corretta è un’altra, secondo noi. Una lettura che rovescia l’ormai consueto ordine tra economia e società, recuperando la disprezzatissima idea di morale. Quella che troppo spesso viene liquidata in maniera automatica, o compulsiva, come moralismo.

L’aspetto peggiore della corruzione, infatti, non è nemmeno l’aggravio che essa comporta sui bilanci pubblici, o la peggiore qualità dei lavori appaltati in cambio di una tangente, o il via libera ad attività vietate dalla legge, ad esempio nel campo dell’edilizia selvaggia e dell’inquinamento ambientale.

L’aspetto peggiore è costituito dalle lacerazioni pressoché irrimediabili che si producono in due ambiti fondamentali: da un lato, il senso di appartenenza di tutti i cittadini al medesimo corpo sociale; dall’altro, la fiducia verso le pubbliche istituzioni.

Ridurre l’idea di bene comune alla crescita del Pil, nel falso presupposto che un po’ tutti ne trarranno vantaggio, significa rimanere – e sprofondare – in una logica di mero arricchimento. Rispetto alla quale molti, o moltissimi, continueranno a pensare che la risposta più efficace non sia collettiva ma individuale.

Se lo scopo è fare soldi, meglio pagare la famigerata mazzetta e conseguire un risultato certo, anziché rispettare le leggi e confidare che l’aumento del Pil, un giorno o l’altro, ricada ovunque come una manna.

 

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