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Sognate i Guns, ma godetevi Slash

La vorreste tutti questa benedetta reunion, vero?

È senza dubbio la più agognata, potenzialmente sponsorizzata nella storia del rock. E, oltre a una vagonata di dollari, ci sarebbero in ballo tante altre cose. La possibilità di riprendere un percorso interrotto troppo presto, per esempio. O la felicità di milioni di fan che vent’anni fa erano davvero troppo giovani per andare a un loro concerto. Ma soprattutto ci sarebbe la sfida da giocare con se stessi: i cinque ragazzi che, partiti dai bassifondi di Los Angeles e arrivati al vertice delle  di classifiche mondiali, mettono da parte odii e rancori per riformare la squadra principe di un’epoca.

E invece no, per il momento bisogna accontentarsi della solita “leggenda”. E continuare  a sperare che qualcosa prima o poi succeda. Ma se non è successo dopo l’ingresso nella Hall of Fame, quando sarà mai?

Invece di star dietro a questa pantomima da Penelopi da strapazzo, bisognerebbe pensare che le cose vanno avanti. E che per quanto il peso di quello che si è fatto può gravare sulle spalle (metaforiche e non. Gli anni passano e gli abusi si pagano. Sempre. E con gli interessi, vero Axl?), c’è chi riesce a tenersi dritto e, senza alcuna protervia, continuare per la sua strada.

La volete sapere la vera risposta? Volete sapere perché i Guns N’ Roses non si sono riformati e forse non lo faranno mai? Invece di stare a casa, sareste dovuti venire al concerto di Slash, ieri sera a Roma.

Il Palalottomatica non era stracolmo, ma di gente in giro ce n’era parecchia. Giovani e meno giovani, pivellini e pure qualche semi-vegliardo che proprio non ce la fa ad arrendersi. Un tempo si sarebbero chiamati “gunners”, oggi invece sono una moltitudine che non ha un’identità unitaria, ma che sicuramente ha una specie di malinconia comune. Una malinconia che, però, ha fatto presto a sparire.

 

Ma procediamo con ordine. Che la serata potesse riservare grandi vibrazioni, si è scoperto già dall’opening act. Non la banducola di bambocci senza peso che spesso accompagna i gruppi di grido, bensì i possenti Wildhearts di Ginger. Per chi non avesse avuto la fortuna di ascoltarli fin dagli albori della loro carriera, basterà dire che sono stati uno dei gruppi più sottovalutati degli ultimi quattro lustri e che hanno sfornato tonnellate di grezzo rock’n’roll e una lunga serie di ottimi dischi (memorabili tra l’altro alcune loro copertine, che vi consiglio di andare a ricercare su internet).

Certo, si potrebbe obiettare che il nucleo storico della band si è a dir poco assottigliato, ma quando al timone il nocchiero è uno di quelli che ha visto tempeste e fulmini, il risultato è assicurato. Una mezzora di pura adrenalina che ha lentamente catturato l’attenzione dei presenti, anche se, va detto, l’uso di tre chitarre è apparso un po’ eccessivo in alcuni passaggi. Resta, comunque, la prova più che meritevole e la vivacità di un “brigantone”, Ginger appunto, che, dopo aver fatto faville in studio nell’ultimo album di Michael Monroe (a proposito di miti…), ha dimostrato di poter calcare certe ribalte ancora col petto in fuori.

E poi le luci si sono spente. Ci sono stati i fischi, le urla e quella attesa fatta di interminabili secondi che uno vorrebbe passassero in un battito di ciglia. Fino a quando…

 

Fino a quando Slash, accompagnato da Myles Kennedy e i The Conspirators, è sbucato fuori dalla gigantesca scenografia di fondo attaccando Halo. Parliamoci chiaro: è giusto che un’icona possa giocare con la sua immagine e con l’immaginario cristallizzato dei fan, ma poi c’è da “suonare”. E lì non puoi sperare di cavartela con le pose o con l’indulgenza che alberga nei teneri cuori. No no, si tratta di mettere sul piatto, e subito, tutta la tua sostanza. Beh, la Gibson più famosa in circolazione ci ha messo poco a prendersi la scena. Va bene i saltelli e le pose per lo show, ma i riff e i fraseggi erano fatti di un feeling che non si può inventare se uno non ce l’ha scritti nel proprio DNA. E poi c’è la “prova del nove” alla quale qualsiasi chitarrista rock di matrice anche vagamente bluesy (ma sarebbe il caso di generalizzare il discorso tout-court) non può sottrarsi: i bending.

Avete presente quando i vostri eroi stanno lì a smanettare verso la cassa armonica e tirano sulle corde allungandole e accorciandole affinché la nota si alzi e si abbassi a dovere? Bene, il signor Saul Hudson ha dimostrato fin dalle prime battute di saperci fare alla grande in materia e di non aver perso neanche un micron del suo smalto, affondando gli assolo con la foga di chi, nonostante sia come detto un’icona, sente di essere sempre “in prova” davanti al suo pubblico. Oh, ovviamente, per poter giocare al guitar hero c’è bisogno che il resto della ciurma ti sappia coprire le spalle con un fuoco ritmico sparato a dovere. E, sì, i The Conspirators hanno tirato cannonate di watt senza risparmiarsi un secondo, mentre Kennedy provvedeva a dimostrare ai presenti di essere un cantante con la “c” maiuscola liberando la sua voce possente e, nello stesso tempo, melodica.

Nonostante qualche inciampo acustico dovuto alla struttura “nemica” del Palalottomatica (possibile che a Roma, non ci sia un locale coperto da più di cinquemila posti dove fare musica?!) il suono sputato fuori dalle casse era, oltre che loud, anche discretamente pulito. E dunque si è potuto apprezzare la bontà della scaletta fin dalle primissime battute, con una compattezza d’insieme a dir poco notevole.

Anche quando, già alla seconda canzone, c’è stato il primo, “scomodo” confronto con la storia dei Guns N’ Roses: una Nightrain tirata senza risparmio, che ha elettrizzato la platea fino all’ultimo secondo. Sempre in tema Guns, la seconda sortita ha riguardato Civil War, il cui arpeggio di apertura ha provocato un boato. Kennedy, sempre lui, dimostrava senza possibilità di dubbio di non avere fantasmi da temere, mettendoci un’estensione vocale e una timbrica che, ad ascoltare le ultime esibizioni live di Axl Rose, devono far fare salti di gioia.

Ecco, forse la cosa più bella è proprio questa: la sensazione di non trovarsi di fronte a una cover band (seppur di lusso) che ha da svolgere il proprio compitino, ma ad una band che non ha nessuna paura di mischiare il suo presente collettivo con il passato illustre di un proprio componente. I pezzi hanno dimostrato personalità, dinamica. Soprattutto, si è sentito che chi li stava suonando aveva voglia di prenderli sui propri strumenti e di interpretarli secondo le proprie qualità.

Il set ha pescato qua e là nella corposa produzione di Slash, attingendo dal periodo con gli Snakepit (Mean Bone), da quello con i Velvet Revolver (Slither) e, naturalmente, indugiando su diversi estratti dai suoi due dischi solisti, con una Apocalyptic Love davvero dirompente. Come definire queste canzoni? Monoliti di puro rock da maneggiare con cura, ecco come. Ma soprattutto da scagliare sulla folla con la forza di un titano.

La band si dimostrava coesa a livello scenico, oltre che sonoro, e penso che a nessuno sia venuto in mente che quei cinque tipi sul palco stessero giocando a fare musica soltanto per portare a casa la pagnotta.

Da segnalare, poi, gli altri “incontri ravvicinati” con i Guns: Rocket Queen, immancabile nei set del capelluto e cappelluto chitarrista, Out ta get Me, con il suo ritmo martellante, e una Sweet child o’mine che ha convinto tanto nell’immarcescibile attacco, quanto nello svolgimento elettrico di insieme che lo ha seguito.

Ah, già che ci siamo, una considerazione: Todd “Dammit” Kearns”, il bassista dei The Conspirators, ha confermato a chi aveva già avuto modo di vederlo all’opera in altre sedi di poter tranquillamente “cambiare mestiere”: quando infatti Miles Kennedy gli ha lasciato l’incombenza della voce per un paio di pezzi (tra i quali, appunto, uno dei Guns), trasformandolo di fatto nel frontman della situazione, non ha tradito nessuna emozione, impadronendosi della scena con la personalità di chi è perfettamente a proprio agio nel ruolo e, soprattutto, sa di possedere una voce in grado di fare la differenza. Che Geddy Lee e Glenn Hughes, fatte salve le differenze di genere, abbiano finalmente un degno erede? Chi avuto orecchie per sentire, starà pensando di sì.

 

In mezzo allo srotolarsi compatto e ritmicamente allineato del set, non potevano certo mancare gli intermezzi durante i quali Slash ha deciso di prendersi le luci tutte per sé: oltre al famigerato motivo de Il padrino, si sono infatti potuti ascoltare altri lunghi assolo (e anche un divertissement hendrixiano con tanto di wahwah) in cui il già menzionato feeling bluesy ha trovato il giusto compromesso con la voglia di selvaggia elettricità e le pennate indiavolate che caratterizzano lo stile del nostro.

Lo show, infine, ha avuto una coda che nessuno avrebbe sperato. Due soli pezzi, dopo il rientro sulle scene, ma… che pezzi! Prima una Welcome to the jungle dominata dalla chitarra di Slash, ma anche dall’ugola possente di Kennedy, che, senza sforzi e flessioni di intensità, ha domato gli aspri vocalizzi della canzone. E poi, come poteva mancare?, l’anthem che tutti aspettavano di cantare dall’inizio: Paradise City. Hai voglia a dire che certi tempi sono passati e, con loro, certi suoni, certe strutture e certe trame sonore… Quando il fischietto ha stoppato l’alternanza cassa-rullante di Brent Fitz sulle note sognanti dell’inizio, uno dei riff stradaioli più riusciti di ogni tempo ha preso corpo all’improvviso come il Susy Q di Rocky Marciano, mettendo al tappeto le resistenze della folla che, per quanto provata dalla performance fino a quel momento, non ha potuto far altro che scatenare tutte le energie residue in un’irrefrenabile danza di accompagnamento che è durata fino all’ultimo “take me home”, urlato a squarciagola in una chiosa da brividi.

Urla, applausi, un “Grazie Roma” pronunciato da Slash al microfono con voce impastata e il consueto lancio di plettri e bacchette hanno fatto scendere il definitivo sipario.

Magari un giorno i Guns si riuniranno anche, ma nel frattempo non c’è niente di cui lamentarsi, credetemi.

Lunga vita, lunga vita a Slash e ai suoi ragazzi!

Domenico “John P.I.L.” Paris

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