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I beni comuni non sono il bene comune

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Guido Viale 20121108

di Guido Viale - Inchiesta

C’era una volta

C’erano una volta i beni comuni: l’aria, l’acqua, il bosco, il fiume, la spiaggia, i pascoli, e persino i campi, che venivano dissodati e arati congiuntamente dalle comunità di villaggio. Nell’era moderna, il processo della loro appropriazione – e della esclusione di chi ne traeva il proprio sostentamento – è cominciato molto presto con le recinzioni (enclosure) dei pascoli in Inghilterra, che Marx pone a fondamento del meccanismo di accumulazione primitiva del capitale. Ed è proseguito nel tempo: molte delle rivoluzioni borghesi in Europa hanno messo capo a un processo analogo, per non parlare della conquista del West in Nordamerica, a spese delle popolazioni indigene, o del colonialismo, che ha globalizzato questa pratica.

Gli ultimi decenni, con il trionfo del liberismo e del cosiddetto ‘pensiero unico’, si sono svolti all’insegna della privatizzazione di tutto l’esistente – persino dell’aria, con le quote di emissione – e della stigmatizzazione di tutto quanto è comune o condiviso. Ma la musica sta cambiando e deve cambiare. In ogni caso la difesa dei beni comuni, che oggi è il denominatore comune di tanti conflitti sociali, non si configura come un ritorno al passato, quando non tutto era ancora mercificato, e per questo ‘privatizzato’ in nome di un progresso che identifica efficienza e profitto. Certo, in molti casi – i più tipici sono quelli dell’acqua o delle aree protette – la difesa dei beni comuni si presenta a prima vista come una lotta contro la ‘novità’ della loro privatizzazione. Ma è fin da subito evidente che l’esito di una difesa del genere non può essere un ritorno alla situazione precedente.

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