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Death in June – 15 dicembre 2012 – Ciampino (Roma)

«Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.»

Queste parole del grande poeta americano Walt Whitman sembrano calzare a pennello alla storia dei Death in June. Provenienti da ambienti dell’estrema sinistra radicale, sono tacciati ancora oggi di strizzare l’occhio al nazismo e alla sua ideologia. E non soltanto per il loro simbolo di riconoscimento, il totenkopf (teschio) che “adornava” le divise delle SS hitleriane, ma anche attraverso controverse, ripetute allusioni testuali. Basterebbe un titolo: Rose Clouds of Holocaust, uno dei loro pezzi-manifesto.

Accuse, comunque, che quasi mai si sono presi la briga di confutare nelle poche dichiarazioni rilasciate alla stampa nel corso di oltre 30 anni di carriera. Prodotto tipico della scena tardo-punk e minimalista dei primi Ottanta (già sotto il monicker Crisis, la loro prima incarnazione, riscossero una certa popolarità in patria) nel corso di una vastissima produzione in studio hanno sviluppato una gamma sonora tanto raffinata quanto complessa ed eteroclita, che nulla ha a che vedere, per chi li ascolta la prima volta, con le loro origini.

Gruppo elitario, pessimista e “misantropo” forse per eccellenza nel panorama musicale europeo, dopo l’abbandono dei membri originari Tony Wakeford e Patrick Leagas, che li ha trasformati di fatto nella one man band di Douglas Pearce (o Douglas P., come preferisce farsi chiamare), sono ricorsi alla collaborazione di numerosi musicisti. Per ricordare solo le più autorevoli: quella con David Tibet dei Current 93, quella con Erik Konofal e quella con John Murphy dei Knifeladder. Presenze che di volta in volta hanno cambiato pelle al loro suono, disperdendolo sugli aspri e frammentati sentieri dell’elettronica o accentuando in modo ancora più marcato l’impronta “marziale” ed epica di certe loro composizioni.

Per gli amanti delle etichette a tutti i costi, i Death in June sono oggi riconosciuti come i fondatori del folk “apocalittico”, ma proprio come il loro leader e ideologo Douglas Pearce, sono in realtà un’entità impossibile da collocare in un movimento dai confini ben precisi. Quasi sempre celati da maschere e abiti di scena in bilico tra il militaresco e il sacerdotale, hanno fatto del camaleontismo strumentale e degli arrangiamenti la loro peculiarità espressiva, accompagnandoli con delle liriche permeate da insistite, a volte oscure citazioni letterarie e mitologiche, nonché da criptiche allusioni a rituali magici e a simbologie esoteriche.

Colti, “disturbati” e spiazzanti (anche quando scelgono di utilizzare esclusivamente strumenti acustici, come spesso accade sia in studio che live) costituiscono senza dubbio una delle principali fonti di ispirazione di migliaia di gruppi che nelle ultime due decadi hanno cercato di crearsi un’identità musicale, e anche visiva, dalle tinte fosche e misticheggianti.  La loro cifra stilistica, però, è rimasta e rimane unica. Un perfetto, rarefatto connubio di luce e tenebra che gela l’ascoltatore trasportandolo in un’atmosfera da “Giorno del Giudizio”, nella quale si rimane intrappolati e dalla quale si esce disorientati nei sensi e nell’animo.

Se avete voglia di provare sulla vostra pelle questa esperienza musicale fuori dalla norma, i Death in June vi aspettano questa sera, a partire dalle 22.30, all’Orion di Ciampino, in via J.F. Kennedy 52.

Sangue freddo e buona fortuna. Vedrete che non ve ne pentirete.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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