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Birmania: finte aperture democratiche

Dopo la visita della Clinton in Birmania, o se si preferisce Myanmar, qualcuno si era illuso che le aperture del regime militare fossero reali, e non solo di facciata per giustificare l’avvicinamento USA, strumentale ad un politica di accerchiamento della Cina. I segnali che giungono dal Paese asiatico sembrano smentire gli ottimisti.

Il cessate il fuoco con il popolo Karen, la più irriducibile delle minoranze etniche locali, è definito molto fragile, anche se sembra essere, più che altro, inesistente, mentre uno degli esponenti della rivolta zafferano del 2007, Shin Gambira, è stato arrestato proprio per avere espresso dubbi sulle millantante aperture democratiche del regime.

L’occidente, come al solito, cambia il suo metro di giudizio in base alla convenienza del momento. Per cui si guarda bene dal rafforzare le precedenti sanzioni, delle quali si va anzi profilando un progressivo alleggerimento che ha già portato la Ue a cancellare la sospensione dei visti per i membri del governo birmano, e non accenna neanche vagamente a quelle minacce di guerra che altrove utilizza senza alcun imbarazzo.

Eppure, è un dato di fatto che quella al potere sia una dittatura, brutale, che sia pure con dei cambiamenti interni permane al governo da cinquant’anni, dopo il colpo di Stato del 1962.

(red)

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