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Banche etiche: il denaro come servizio

Di finanza etica si parla già da anni, ma il tema sta diventando tanto più urgente  quanto più il sistema attuale mostra il suo volto cinico e inumano. Se in passato la questione è stata avvertita come un tipico problema dei Paesi meno sviluppati, ormai la si sta ponendo anche per le nazioni occidentali. Vedi appunto il progetto degli Indignados spagnoli di costituire una “banca etica” del movimento, di cui abbiamo riferito venerdì scorso.

In questo ambito la figura più celebre è certamente quella dell’economista bengalese Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace (meritato, a differenza di quello di Obama) nel 2006. Uno che ha deciso di cercare soluzioni reali a un assetto speculativo che procurava solo miseria alle frange più povere. Lasciando ad altra sede di approfondimento la trattazione del microcredito, che è la creazione principale di Yunus e che si basa sulla semplice fiducia nell’affidabilità morale di chi non ha da offrire garanzie immobiliari o reddituali, le forme bancarie alternative a quelle tradizionali hanno trovato applicazione e seguito in tutto il mondo, soprattutto a partire dagli anni Settanta.

Per quanto scoraggiati, vessati e malvisti, svariati di questi esperimenti sono sopravvissuti fino ad oggi, e ora che il sistema finanziario vacilla sono tornati all’onore delle cronache. La loro difficoltà è proprio quella di avere delle caratteristiche diverse, di non riuscire sempre rispondere in tutto e per tutto alle esigenze di chi sceglie una “banca etica” e, infine, di essere sconosciute ai più. Anche se, sul sito dell’italiana Banca popolare etica (qui), si ricordano le premesse dell’iniziativa («Convinte che un mondo diverso è possibile, non solo a parole ma anche nei fatti, 22 organizzazioni del mondo non profit e alcune finanziarie - col sostegno di migliaia di cittadini responsabili - diedero vita, nel 1999, a Banca Etica, una banca capace di parlare direttamente ai soci e ai risparmiatori») e si sottolinea con orgoglio che «Oggi quel sogno conta 14 filiali e una rete capillare di promotori finanziari, chiamati “banchieri ambulanti”, su tutto il territorio nazionale. A dodici anni dalla sua nascita, Banca Etica ha raggiunto una raccolta di capitale sociale di oltre 31 milioni di euro, conferito da oltre 35mila soci, di cui circa 5.200 sono persone giuridiche. L’Istituto raccoglie oltre 660 milioni di euro di depositi e sta finanziando più di 4.700 progetti dell’economia solidale per un valore superiore ai 645 milioni di euro».

Per ora, invece, il progetto degli Indignados di Spagna di creare un sistema finanziario interno ha solo il valore, comunque essenziale, della presa di coscienza. Perché, nonostante ancora non esista nei fatti, una proposta del genere dà il polso della maturità del movimento. Dalla protesta aspra e violenta nei confronti della banche e dei banchieri, dello status quo e della politica di ricatto, gli Indignados si preparano a muoversi sul difficile campo delle alternative. Hanno cercato di dimostrare che fosse possibile creare un movimento partecipativo e referendario, pur con tutte le difficoltà e i limiti del caso. E oggi la loro critica alle banche passa per una soluzione: un sistema di solidarietà senza fine di lucro, che non abbia alcun collegamento con la Borsa e la finanza (variamente creativa…) e men che meno con le follie dei derivati, ma che semplicemente eroghi prestiti a favore di progetti di intervento sociale, senza la corresponsione di alcun interesse.

Per rispondere in particolare a Ettore Casadei, il lettore che ci ha sollecitato dei chiarimenti rispetto alle “banche etiche” già esistenti, la differenza è proprio questa: una struttura come la succitata Banca popolare etica assicura ai depositanti delle remunerazioni più basse di quelle di mercato, ma in ogni caso il denaro di per sé genera profitto. L’eticità si incentra più sulla destinazione dei soldi che su un rifiuto assoluto dell’idea di remunerazione del prestito. Di certo le banche etiche rispondono a criteri particolari nella scelta degli investimenti da fare, diversi da istituto a istituto, ma ad esempio non tutte offrono il microcredito senza garanzia, se non dietro finanziamenti statali ad hoc. La prassi è quella di evitare le aziende che operano in ambiti ritenuti immorali, come gli armamenti, e di privilegiare le attività socialmente apprezzabili, come quelle culturali ed educative. I correntisti, inoltre, devono essere informati sull’utilizzo dei loro fondi e possono scegliere a quali progetti selezionati dalla banca non aderire. Tuttavia, anche i prestiti personali e i mutui sono concessi dietro interesse.

Come Banca Etica esistono altri istituti in tutto il mondo: dalla Grameen Bank, fondata proprio da Yunus in Bangladesh, alla svizzera Bas, dalla tedesca Oekobank all’olandese Triodos Bank. E c’è da credere che, via via che aumenterà il malcontento verso quelle tradizionali, strutture del genere si moltiplicheranno negli anni a venire.

Sara Santolini

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