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Ultrà d’Egitto: da eroi a criminali

Non riveste alcun interesse versare lacrime o mostrare sdegno per quanto accaduto nello stadio di Porto Said, dove al termine di una partita di pallone si sono scatenati durissimi scontri che hanno causato oltre 70 morti e più di un migliaio di feriti, ed è ancor meno degno di cronaca riportare la notizia dei tre giorni di lutto nazionale o le iniziative annunciate contro i vertici del calcio, accusati di essere corresponsabili di tumulti che con il calcio hanno poco a che vedere, ma che hanno una chiara matrice politica.

Solo fino a poche settimane fa gli ultrà erano gli eroi di piazza Tahrir, adesso sono solo degli scalmanati e la notizia passa, indebitamente, anche nei notiziari sportivi. Il disegno è oltremodo chiaro: le tifoserie erano l’unica struttura organizzata in grado di opporsi alla repressione poliziesca e, finché al comando c’era Mubarak, potevano anche venir comodi. Ma adesso che, nonostante si siano tenute le elezioni, ci sono ancora al potere i militari, che hanno solo simulato un cambio di regime, gli ultrà devono essere screditati e resi inutilizzabili per i fini della rivolta.

Così sì è scelto uno stadio per la messa in scena, e certo gli ultrà si sono prestati, hanno probabilmente abboccato ad un’esca calcistica: non si può, né si deve, dimenticare che sempre di tifoserie organizzate si tratta e che il loro vizio di nascita non può essere cancellato per aver preso parte all’intenso, ma breve, momento di lotta popolare.

I tifosi hanno fanaticamente abboccato, ma la provocazione, per quanto ben congegnata, è troppo palese per poter vedere solo una tragedia da stadio nei fatti di Porto Said: è “solo” un altro capitolo della sanguinosa rivolta egiziana e della repressione del regime militare, che non intende mollare.

(fm)

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