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Più inflazione, più povertà

Quest’oggi, se non altro, i grandi media lo dicono in maniera un po’ più esplicita, andando dritti al punto: il “carrello della spesa”, ovvero l’insieme dei prodotti di prima necessità, sta registrando aumenti massicci, che accentuano le difficoltà di chi ha i redditi più bassi. Ma bisognerebbe farlo sempre. E in termini ancora più netti. Alla distaccata oggettività delle cifre, e delle percentuali, andrebbe aggiunto sistematicamente un richiamo esplicito alle conseguenze pratiche sulla vita dei cittadini. Quelli che, come si usa dire, faticano ad arrivare alla fine mese. O addirittura alla fine della terza settimana.

Non di rado, purtroppo, succede il contrario. Si dà la notizia, si sciorinano i dati, e i relativi confronti con quelli del passato più o meno prossimo, ma non ci sofferma se non di sfuggita sulle ripercussioni concrete, che sono il vero aspetto importante. Anzi, cruciale. Il 3 febbraio scorso, ad esempio, Repubblica.it titolava «L’inflazione rallenta ma non per i beni essenziali». Tecnicamente era corretto, ma di contro peccava di eccessiva neutralità e finiva col poter essere fuorviante: quando l’inflazione resta alta «per i beni essenziali» vuol dire che è alta e basta. Perché ovviamente si tratta di quei beni di cui non ci si può privare, e che è molto difficile anche solo ridurre: specialmente, ma non solo, quando in famiglia ci sono dei figli da nutrire, da vestire, da far studiare.

A spingere verso l’alto le percentuali c’è innanzitutto il costo dei carburanti, che com’è noto colpisce i cittadini sia direttamente, nel momento in cui si riforniscono in proprio, sia indirettamente, per l’incidenza delle spese di trasporto sulle merci che andranno ad acquistare. Benché se ne sia parlato innumerevoli volte, denunciando ora l’esorbitante tassazione, ora le discutibilissime strategie delle società che stabiliscono il prezzo alla pompa, continua a essere una questione che non bisogna stancarsi di sollevare. Per quanto riguarda l’imposizione fiscale siamo ormai a oltre un euro di imposte al litro, che in alcune regioni sono gravate da ulteriori addizionali. E questo significa, evidentemente, che non è affatto vero che il prezzo commerciale viaggia verso i due euro, ma che al contrario quel valore sarebbe pari a circa la metà, se non ci fosse il pesantissimo intervento dell’erario.

Si potrebbe obiettare che in tal caso il minor gettito andrebbe compensato altrimenti. Ed è vero, naturalmente. Ma lo è altrettanto che allora bisognerebbe farsi carico, da parte del governo e del Parlamento, delle scelte effettuate di volta in volta. Al posto dell’attuale e smisurato calderone al quale si può attingere all’infinito – nel presupposto abusato, ma anche aberrante, che il cittadino/automobilista se ne farà comunque una ragione, come se l’è fatta di fronte all’eterno permanere dei tanti balzelli per la guerra in Etiopia del 1935, la crisi di Suez del 1956, i terremoti e i disastri assortiti, e via vampireggiando – finalmente delle decisioni da prospettare, e da discutere, caso per caso.

Proprio come l’inflazione sul “carrello della spesa”, che in teoria colpisce tutti in maniera analoga ma che di fatto va a gravare soprattutto sui meno abbienti (categoria in crescita, sia detto en passant), la tassazione indiretta ignora il principio di progressività e tende a occultare il fatto che il maggior onere ricade sui cittadini che viceversa hanno redditi minori. La speranza, e l’obiettivo, è che essi non se ne accorgano, al di là dei mugugni di giornata, e che non incomincino a considerare questo genere di problemi come aspetti decisivi del proprio posizionamento politico.

Attenzione: non partitico, visto che le formazioni oggi in lizza sono solo carte, e scartine, del medesimo mazzo, ma politico in senso lato.

(fz)

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