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Ministri. Anzi, milionari

Le dichiarazioni dei redditi di ministri e dei sottosegretari sono disponibili on line. Ma andare a sbirciare nella dichiarazione dei redditi dei ministri è più un esercizio di curiosità che altro: è il comune costume del ficcanasare applicato allo Stato.

Quello che è uscito fuori dalla loro pubblica lettura è che la maggioranza assoluta dei vari personaggi che siedono al potere potrebbero tranquillamente rinunciare al loro stipendio da ministro senza che il loro (alto o altissimo) tenore di vita subisca alcun peggioramento. Si tratta di gente che non ha idea di cosa significhi mantenere una famiglia con mille euro al mese, figuriamoci se è in grado di comprendere appieno le conseguenze sulla vita delle persone comuni di una riforma del lavoro come quella all’esame. Fanno parte di quella classe sociale che da questo sistema non ha tratto che vantaggi, rendendo possibile che ad esempio un avvocato, nella fattispecie il ministro della giustizia Paola Severino, si metta in tasca “legittimamente” sette milioni di euro all’anno mentre la maggioranza assoluta della popolazione deve arrabattarsi con cifre infinitamente più esigue.

Il ministro, da parte sua, sottolinea che è tutto “normale” e che non può esserci nulla da eccepire dal momento che su quegli introiti lei paga regolarmente le tasse. Proprio su questa base, anzi, afferma che bisognerebbe non invidiare ma plaudire chi guadagna molto perché di conseguenza assicura laute entrate all’erario. Eppure, la questione delle disparità di reddito va ben al di là del rispetto delle norme fiscali.

La forbice patrimoniale, che è già assai divaricata ma che nelle circostanze attuali è destinata ad allargarsi ancora, attesta differenze sociali così cospicue da essere più difficili da giustificare. Il fatto che si paghino le tasse non è che il semplice rispetto delle norme dello Stato cui tutti, poveri e ricchi, dovrebbero sottostare senza che la cosa sembri degna di nota. In caso contrario, e se il solo pagamento delle tasse giustificasse di per sé ogni iniquità nella distribuzione della ricchezza, il dibattito economico – e politico – si dissolverebbe. E il giudice unico delle dinamiche sociali diventerebbe la Guardia di Finanza. Che tutt'al più (e qui in Italia mica tanto) può certificare il rispetto delle regole vigenti.

Sara Santolini

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