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Torna il “Boss”: addio all’American Dream. E addio a Obama

Bruce Springsteen è forse una delle poche rockstar viventi che goda in patria (ma anche all’estero) di una popolarità realmente indiscussa. È uno di quei personaggi che, con la loro attività, nel tempo sono assurti a vere e proprie autorità, essenzialmente per come ha saputo e sa interpretare, e in una certa non trascurabile misura influenzare, il sentire comune del proprio paese. Lui stesso è consapevole della portata del proprio lavoro. Recentemente ha dichiarato, cogliendo pienamente l’elemento-chiave della sua autorevolezza: «gran parte del mio lavoro è stato indirizzato a misurare la distanza tra la realtà americana e il “Sogno Americano”».

Già, l’American Dream. Quella chimera gonfia di retorica e aspettative, fondata sull’esistenza e il rafforzamento della classe media, su cui intere generazioni hanno basato le proprie aspettative. A partire dalla generazione di Douglas, il padre di Bruce, ossessione e ispirazione costante per il rocker, che ha visto nel percorso di vita del genitore, così conformista e improntato all’affannosa rincorsa di quel sogno, il prototipo di ogni americano. Un percorso che Bruce ha dipinto periodicamente, in quarant’anni di carriera, misurando sempre con estrema precisione la distanza della propria comunità, quella dei colletti blu, della classe lavoratrice, e l’illusione di una stabile ricchezza in un contesto di operosità e multiculturalismo.

Il dubbio che ci fosse una fregatura dietro al Sogno Americano aveva sfiorato Bruce già in tempi non sospetti.«Un sogno che non si avvera è una bugia, o qualcosa di peggio?», cantava nella monumentale “The river”, giusto alle porte dell’epoca reaganiana. Due anni dopo, nel 1982, scarnificò la propria ispirazione, realizzando un disco solo voce e chitarra, intitolato “Nebraska”, dove la risposta, terrificante, era contenuta nella storia di Johnny, disoccupato, schiacciato dai debiti, divenuto criminale per disperazione e condannato a 100 anni di prigione da un giudice. A cui Johhny stesso chiede la condanna a morte, al posto della prigione. Springsteen dedicò beffardamente la canzone proprio a Reagan, in risposta a un tentativo del Presidente di cooptarlo nelsistema, all’epoca della caustica e tutt’altro che patriottica “Born in the U.S.A.”

Fu in quel periodo che Bruce affrontò il disincanto per l’accantonamento delle speranze giovanili in un’America equa, ricca e giusta. Si rifugiò per anni in una scarsamente ispirante realtà familiare, tra gli anni ’80 e ’90, ma il richiamo della collettività lo trascinò nuovamente in campo, quando i semi del reaganismo fiorirono nella globalizzazione e nel Nuovo Ordine Mondiale. Ne scaturì un nuovo disco voce e chitarra, forse il punto più alto della carriera del rocker: “The ghost of Tom Joad”, il de profundis definitivo del Sogno Americano. Se mai quel Sogno e la realtà erano stati vicini, in quel momento la distanza era diventata siderale, incolmabile.

È importante capire questo percorso, oggi che il cantante si accinge a distribuire la sua ultima fatica, intitolata “Wrecking ball”. Oggi Springsteen ha 63 anni, e convive serenamente con il suo disincanto. Oggi più che mai, di fronte alla crisi che sta spolpando il suo paese e il resto del mondo, è convinto che la risposta a quella domanda del 1980 sia chiara: quel sogno era una bugia. Anzi qualcosa di peggio. Ma non c’è disperazione, non c’è pessimismo. Bruce lascia sempre spazio alla speranza, che coltiva all’interno del mondo che gli è noto, utilizzando i mezzi a disposizione nella realtà americana. Talvolta peccando di ingenuità, come quando sostenne Kerry alle presidenziali, e ancor più quando si fece imbarcare direttamente nella campagna elettorale di Obama.

L’esito, non a caso, fu forse il suo peggior disco: il retorico, lezioso, ma fortunatamente non ruffiano, “Working on a dream”. Non diversamente dai suoi compatrioti, Bruce si è fatto fregare dal magnetismo fintamente innovatore di Obama, e oggi, con “Wrecking ball” eccolo di nuovo a misurare il baratro tra la realtà e l’American Dream. Stavolta con un’ispirazione altissima, come non si vedeva da tempo. E da un’analisi dei testi e delle musiche è molto chiaro dove, oggi, il “boss” voglia piantare e coltivare la speranza per un’America (e un mondo) migliore: la comunità.

Come “Born in the U.S.A.” venne capita da pochi, così oggi il singolo che lancia il disco, l’inneggiante “We take care of our own”, viene già frainteso come un’esortazione a curarsi di sé, in una sorta di chiusura egoistica davanti al crollo delle illusioni. In realtà, e il video collegato alla canzone lo dimostra chiaramente, quel we e quell’our own sono indicazioni potentemente collettive. Rappresentano la distanza, oggi evidentissima, tra noi eloro. E loro sono i «grassi gatti» di Wall Street, quei banchieri «che s’ingrassano, mentre chi lavora s’assottiglia». Insomma il ben noto 1% messo nel mirino dagli Occupy Wall Street. Insomma è nella comunità solidale che ostracizza individualismo ed egoismo che si può trovare quella cura, quel tocco umano che dà senso alla vita. Molto più che in un sogno-bugia fabbricato e spacciato alle masse per la ricchezza di pochi.

E se ci fosse qualche dubbio su questa lettura, è sufficiente fare orecchio all’impianto musicale del disco. Al di sotto della crosta rock, immancabile, e a far da base a riuscitissime pennellate e fusioni hip-hop (nel disco c’è il primo inserimento di un “rappato” in una canzone di Springsteen), c’è la radice più profonda della musica americana. Basta scavare, e nemmeno troppo, per trovare fondamenta fatte di blues, country, folk e gospel. Con le parole e con la musica Bruce salta le mediazioni, parla direttamente al cuore della sua America, come già aveva fatto con il disco folk “We shall overcome”. Quel cuore semplice, un po’ rozzo, sincero e genuino, e facile da gabbare per chi vuole illuderlo e sfruttarlo, magari fino a dissanguarlo.

Il richiamo è univoco: noi, comunità, noi persone, riprendiamoci lo spazio, la vita, il futuro. Senza mediazioni. Significativo che Bruce appaia, nel video di “We take care of our own”, mentre si allontana oltre una porta con scritto “Exit”. La fiducia in Obama e nei suoi simili è finita, il boss si chiama fuori da quella roba, nella poesia delle sue canzoni e dichiaratamente nelle interviste. Nel contempo, chiama a raccolta le persone e i principi fondanti dello stare assieme, a partire dalla capacità di mantenere intatti i propri valori, anche quando arriva una palla da demolizione, la wrecking ball della stupefacente title track, a spianare tutto per farci un parcheggio. Un disco da avere e da interiorizzare, se si desidera farsi un’idea del poco ma buono che alberga nel cuore più profondo degli Stati Uniti d’America.

Davide Stasi

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