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Default Grecia. È quasi countdown

Siamo al punto di non ritorno, nei rapporti tra Grecia e Ue? Forse ancora no, ma di sicuro ci si trova più che mai in piena impasse. Dopo che i principali partiti ellenici hanno rigettato le draconiane misure suggerite, o per meglio dire intimate, dalla Trojka, ai vertici comunitari non è rimasto che prendere atto della situazione.

«La Grecia – ha dichiarato il portavoce della Commissione, Amadeu Altafaj Tardio – ha già superato la data limite che la Ue le aveva dato. Speravamo di arrivare a un accordo in questi giorni ma purtroppo non è stato così. Tutti i ministri dell’Eurogruppo sono pronti a riunirsi quando ci saranno gli elementi, ma per ora è inutile convocarli. La palla è nel campo delle autorità greche».

La questione, però, si potrebbe ribaltare. Nel momento in cui le richieste internazionali sono eccessivamente onerose, come in questo caso, resta ben poco da fare se non rigettarle. Se la palla non è utilizzabile, perché è sgonfia o perché è troppo pesante, la responsabilità dell’interruzione del gioco non ricade necessariamente sulla squadra che si ferma, ma su quella che di fatto le impedisce di proseguire. Il terzetto Ue-Bce-Fmi ha richiesto che si abbassino, o piuttosto che si abbattano, i salari minimi, che si cancellino le tredicesime anche in ambito privato, e che si proceda a ulteriori tagli per un ammontare intono all’uno per cento del Pil. Di fronte a questi nuovi, e spaventosi, interventi, sia la politica che il sindacato non se la sono sentita di avallarli.

Antonis Samaras, presidente del partito conservatore greco Nea Demokratia, ha denunciato che «ci stanno chiedendo una grande recessione che il paese non può permettersi», promettendo che combatterà «per evitare un simile scenario». George Karatzaferis, a capo della formazione di estrema destra Laos, ha puntualizzato di non voler «contribuire all'esplosione di una rivoluzione». E anche Papandreou, leader dei socialisti e premier fino all’avvento di Papademos nel novembre scorso, ha negato il suo assenso.

I tempi sono molto stretti. In marzo andranno in scadenza titoli di Stato per 14,5 miliardi e senza l’afflusso di nuovi fondi, nell’ambito di una linea di credito che si aggira sui 130 miliardi, sarà impossibile saldarli. La Trojka, convinta di avere il coltello dalla parte del manico, continua ad agitare lo spauracchio del default. Ma in Grecia sembrano crescere i dubbi, legittimi,sul fatto che sia proprio questo, il peggio che può capitare al Paese in vista di una profonda ristrutturazione economica e sociale.

(red)

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