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La mafia al nord, tra la Via Emilia e i clan

Come ci siamo ripromessi, diamo conto di alcune importanti inchieste indipendenti realizzate negli ultimi tempi dalla Casa della Legalità e della Cultura (qui), la onlus coordinata da Christian Abbondanza, il bandito antimafia di cui abbiamo parlato ieri (qui). Nelle sue scorribande per il nord Italia, l’associazione ha toccato anche una regione, l’Emilia Romagna, che oltre ad essere annoverata tra le più ricche, nel vissuto comune è anche considerata tra le più pulite e “regolari”, grazie alle sue irreprensibili giunte “rosse”.

All’Emilia Romagna e alle sue connessioni con la malavita organizzata la Casa della Legalità ha dedicato molte inchieste, poi raccolte nel libro “Tra la Via Emilia e il clan”. «In Emilia Romagna», dice Abbondanza, «si viveva come se nulla fosse, come se il drammatico intreccio tra interessi mafiosi e criminali con la spregiudicatezza di imprese, cooperative e politica non ci fosse. Si parlava di mafia al nord, ma nessuno osava andare ad indicare la regione "rossa" per eccellenza». Tra i tanti aspetti deteriori della società e della politica italiana, dunque, la mafia si è giovata, in questo caso, anche della presuntissima “superiorità” delle amministrazioni di sinistra, per restare sotto traccia e agire indisturbata.

Il libro, che riporta dati e soprattutto atti ufficiali, è un vero atto d’accusa contro la latitanza dei settori di controllo. A partire dalla magistratura che, per troppi anni, anche in Emilia Romagna è stata cieca o piegata dalla perversa logica di non intaccare gli equilibri politico-economici consolidati. Come sempre, nelle inchieste della Casa della Legalità, le mafie e le responsabilità pubbliche e imprenditoriali vengono esposte con chiarezza, senza timori di fare nomi e cognomi. Una pratica molto diversa dalla retorica dell’antimafia militante, spesso un po’ ipocrita nell’emettere proclami a cui raramente seguono fatti decisivi o un’inversione di tendenza nei comportamenti e nella percezione generale del problema.

La pubblicazione dell’inchiesta sull’Emilia Romagna imponeva delle risposte, che ovviamente non sono arrivate, tranne qualche innocua dichiarazione d’intenti fatta a favor di telecamera. L'unico pezzo della politica che ha risposto sono state le realtà locali del “Movimento 5 Stelle” (lo stesso che, nella sua versione anomala genovese, querela Abbondanza…), e in alcuni casi quelle di Rifondazione. Per il tessuto imprenditoriale, a partire dalle grandi cooperative, tutto è rimasto come prima. Nonostante le denunce, hanno continuato nel sistema delle contiguità, dando incarichi a società di mafia, come se nulla fosse. In quest’ambito, l’unica risposta concreta ed efficace è stata quella della Camera di Commercio di Reggio Emilia, che ha attivato un monitoraggio delle imprese con contestuale segnalazione alle Autorità competenti.

Le prefetture sono rimaste al mute e assenti, tranne quella di Reggio Emilia che invece si è mossa con decisione nelle azioni di contrasto e prevenzione. La DDA di Bologna ha iniziato a muoversi ma con lentezza e indecisione, nonostante le denunce circostanziate relative ai giganteschi patrimoni mafiosi e alle palesi operazioni di riciclaggio. Tra le richieste avanzate per contrastare realmente, e non a parole, il dilagare della malavita organizzata al nord, e in particolare nella “virtuosa” Emilia Romagna, quella di aprire una sede operativa della DIA a Bologna. Richiesta accolta, almeno a livello di principio, dall’attuale ministro dell’Interno Cancellieri.

È chiaramente solo un primo passo, anche se molto importante. Esiste una rete associativa e civica attiva sul territorio emiliano, come altrove, per segnalare, indagare informalmente e denunciare le mafie installate sul territorio, e soprattutto il loro intreccio con la politica, di qualunque colore o fazione. Questa rete, nel momento in cui avrà un dipartimento della Direzione Investigativa Antimafia a presidio del territorio, avrà anche un interlocutore fondamentale affinché le inchieste e le segnalazioni non rimangano lettera morta.

Da territori bloccati da decenni in uno status quo radicatissimo, arriva una richiesta chiara e netta di legalità. Il nemico sono le connessioni criminali tra malavita organizzata e amministrazione pubblica, specie quando diventano la norma, e si fanno sistema. Ci sono, nell’ambito della comunità civile, persone che credono, organizzandosi e sostenendosi, di poter dare un contributo attivo al ripristino di un contesto di piena legalità e quindi di equità tendenziale. Persone che si mettono in gioco (e spesso anche a rischio) in prima persona, come nel caso di Abbondanza, o sotto diverse bandiere, per battere uno dei tanti cancri mortali della società italiana. 

Occorre che l’opinione pubblica le conosca e, se possibile, le emuli. Occorre che le istituzioni ascoltino e diano seguito, come nel caso dell’apertura di una sede della DIA a Bologna, alle istanze che provengono “dal basso”, ossia da quella posizione dove le ingiustizie e piccole o grandi ingiustizie mafiose vengono vissute direttamente sulla pelle.

Davide Stasi

Qui la prima puntata

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