Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

WSJ dixit: l’articolo 18 frena la crescita

Che lo Statuto dei lavoratori dia un gran fastidio agli iperliberisti nazionali, smaniosi di fare a modo loro, non è affatto un segreto. Ed ecco che a dar loro manforte arriva pure il Wall Street Journal, su cui ha trovato spazio un editoriale scritto da Matthew Melchiorre, analista all'Istituto per la Competitività delle Imprese di Bologna. La sua teoria? È che «la più grande minaccia alla crescita economica dell’Italia non sia il debito pubblico ma l’articolo 18».

Esso, infatti, non sarebbe altro che «un relitto degli anni ’70 che rende impossibile licenziare anche il più incompetente dei dipendenti ed in modo perverso causa ciò che dovrebbe prevenire: la disoccupazione». In realtà l’articolo 18, per chi si è presa la briga di andarselo a leggere, non dice assolutamente che è vietata qualsiasi forma di licenziamento. Al contrario, il presupposto per cui tale articolo dispieghi i suoi effetti è che un giudice, e dunque un soggetto esterno e indipendente, accerti la natura illegittima dell’allontanamento dal posto di lavoro. I casi sono chiari: non si può licenziare un dipendente senza specificarne il motivo, né fornendo motivi ingiustificati che non riguardino quindi la condotta sul lavoro o le necessità aziendali, né infine per motivi discriminatori come la razza o la religione. Certo, si dirà che non è previsto che il dipendente non sia in grado di fornire la prestazione lavorativa richiesta. Eppure esiste un tempo di prova, un contratto di apprendistato e la possibilità di licenziare il personale che violi sistematicamente il codice disciplinare all’interno dell’azienda.

Secondo Melchiorre, però, proprio «a causa di questa norma l’Italia è diventata il secondo peggior Paese in cui fare impresa, dopo la Grecia, secondo la classifica stilata dall’Ocse». Sarebbero dunque le norme restrittive in materia di lavoro, a scoraggiare gli investimenti e le assunzioni. E il concetto, guarda caso, viene ribadito anche dall’ambasciatore statunitense a Roma David Thorne, in un’intervista al Corriere: «Se ci saranno riforme nelle leggi sul lavoro, e pare che Monti le stia perseguendo, verranno più attratti non soltanto gli americani, ma tutti gli investitori stranieri. Non ho specifiche evidenze che il gioco sia già cambiato, ma prevedrei che cambierà. Per gli investitori migliorerebbe il clima».

Nessuno dei due però, né Melchiorre né Thorne, si pone il problema di come sia andato a finire l’esperimento, ultracentenario, di questo modello senza welfare e tutele condotto sulla pelle degli americani. Nessuno parla della povertà dilagante, della possibilità di essere cacciati via da un giorno all’altro, dell’impossibilità o quasi di crearsi una vita stabile data la necessità di spostarsi continuamente per il continente per motivi di lavoro (come sottolineato dall’editoriale di Federico Zamboni di stamane), del mancato accesso alla sanità, per chi non è in grado di pagarsela cash o non gode di un’assicurazione privata, né a un livello superiore di istruzione, se non si è ricchi di famiglia o disposti a enormi sacrifici.

Un esempio, quello made in USA, che tirate le somme si può capire che piaccia agli imprenditori alla Marcegaglia. Ma che non si vede perché dovrebbe essere avallato dalla maggioranza dei lavoratori. E dei cittadini.

Sara Santolini

I nostri Editori

Nuovi aumenti per petrolio e gas

Maastricht compie 20 anni. Da non festeggiare