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I nemici da identificare: Monti & C.

È tutto talmente chiaro, in teoria. È tutto terribilmente confuso, in pratica. Al punto che, nell’opinione pubblica, non si riesce nemmeno a tracciare una linea di confine evidente e inequivocabile tra gli interessi perseguiti dal governo Monti e quelli dei lavoratori dipendenti e dei loro familiari, che per definizione corrispondono anche alla maggioranza dei cittadini. E quindi degli elettori. 

Quale sia la direzione in cui si sta andando lo spiega benissimo Valerio Lo Monaco nel suo articolo di oggi (Tutti a casa), e al riguardo non c’è altro da aggiungere. Quello che resta da fare, invece, è intensificare l’impegno a suonare l’allarme, da parte di tutti noi che abbiamo capito, e a compiere ogni sforzo per diffondere la stessa consapevolezza tra quelli che ancora non l’hanno acquisita. 

La massima forma di manipolazione, infatti, è occultare i termini del conflitto in corso, spacciandone le misure a senso unico per sacrifici che non risparmiano nessuno e che, o presto o tardi, si risolveranno in un vantaggio generale. Napolitano (sempre lui) lo ha detto quasi testualmente lunedì scorso, durante la commemorazione di Marco Biagi tenutasi a Montecitorio nel decennale dell’uccisione del giuslavorista che, col suo Libro bianco del 2001, preparò la strada alla famigerata Legge 30 del 14 febbraio 2003: «Mi aspetto che anche le parti sociali dimostrino che è il momento di far prevalere l'interesse generale su qualunque calcolo particolare. Lo richiedono le difficoltà del Paese e dei giovani».

Non è vero. Non lo è neanche un po’. Come abbiamo ricordato anche ieri (qui) la contrapposizione tra vecchie e nuove generazioni, per cui i diritti “eccessivi” delle prime sono il principale ostacolo all’inserimento e alla crescita delle seconde nel mondo del lavoro, è una colossale menzogna. Che fa il paio con quella sulle pensioni “insostenibili” e con la sostanziale cancellazione del Tfr, aggiungendosi ai precedenti accordi sul venir meno della scala mobile. E incardinandosi, perciò, sull’offensiva neoliberista che si è scatenata dagli anni 80 in poi, a partire dagli USA di Reagan e dall’Inghilterra di Margaret Thatcher. 

Ancora prima di stabilire delle forme di lotta, per contrapporsi all’azione di questo governo, è indispensabile uscire dalla cappa di ipocrisia che la circonda. Il presupposto, per inchiodare alle proprie responsabilità chi appoggia le strategie di Mario Monti, è far comprendere – almeno a chi ne è investito e danneggiato direttamente – che si stanno privilegiando degli interessi precisi, e di vertice, a scapito di tutti gli altri. Detto in maniera più esplicita, anche se per i nostri lettori abituali sarà superfluo, si favoriscono gli interessi di quello che una volta si sarebbe definito “il grande capitale”, a danno dei comuni cittadini. I quali, costretti a vivere del proprio lavoro, devono forzatamente cercarsi un’occupazione all’interno del sistema esistente, piegandosi alle imposizioni di chi ne tira i fili.

Non c’è bisogno di imbastire chissà quali analisi di carattere macroeconomico, per arrivare al punto. Basta che ognuno si ponga due domande. La prima è se in futuro sarà tutelato di più o di meno nei confronti dei suoi datori di lavoro (o piuttosto “datori di stipendio”, visto che il lavoro lo danno appunto i lavoratori). La seconda è chi lo ha condotto a questo esito, dai partiti ai sindacati e a ogni altra organizzazione che stia promuovendo, o anche solo assecondando, il disegno complessivo. Non solo Confindustria, su cui è quasi pleonastico puntare il dito, ma anche quelle entità – forze popolari tramutatesi in potentati oligarchici – come ad esempio l’Alleanza delle Cooperative, che riunisce le principali associazioni del settore. Il presidente, Luigi Marino, si è affrettato ad accodarsi alla versione corrente: «La riforma va fatta non perché lo chiede l'Europa ma perché ne ha bisogno l'Italia. Ci rendiamo conto che sul 18 bisogna conciliare posizioni differenti, in modo che il premier Monti possa fare il suo road show in Europa».

Ecco a chi va la comprensione di questi capataz di contorno: non ai milioni e milioni di persone condannate a rifluire in un nuovo proletariato di massa, ma al presidente del Consiglio. Il quale, povero caro, deve andare a sciorinare i suoi successi all’estero. 

Ma la cosa assurda, e inquietante, e decisiva, rimane un’altra. È il fatto che le vittime predestinate tardino a rendersene conto, ammanettandosi da sole alla convinzione che tutto ciò sia assolutamente inevitabile. Mentre lo è soltanto se non si ha la lucidità necessaria a identificare i propri nemici e a denunciarli pubblicamente per quello che sono: gli aggressori che hanno dato inizio alla guerra. Avviando i bombardamenti a tappeto, sul terreno dei diritti e del welfare, che preludono ai massacri successivi.

Federico Zamboni

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