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M5S: il difficile non è cominciare, ma andare avanti

Sarebbe buona regola aspettare la pubblicazione definitiva di tutti i dati elettorali, prima di azzardare un’analisi di dettaglio. Tuttavia qualche riflessione di carattere generale si può già fare, partendo dall’elemento più rilevante tra tutti: l’astensione, cresciuta a livello nazionale del 7%. Non è un dato irrilevante, da archiviare velocemente, come fanno molti media, come una conseguenza logica della crisi e della perdita di fiducia in quelle organizzazioni delegittimate e semi-delinquenziali che sono i partiti politici italiani. Il che è pur vero, ma quella percentuale è tutt’altro che bassa, è anzi una premessa indispensabile per comprendere il quadro presente.

Tanto per cominciare, va detto, il Movimento 5 Stelle ha fallito uno dei principali obiettivi che si era posto: riattivare l’ampia fascia del non-voto, quel 45% di italiani che diserta le urne, annulla le schede o le lascia in bianco, ossia rimotivare i demotivati, dando loro una visione nuova del paese o dell’amministrazione locale. Non solo quella voragine non è stata colmata, ma anzi si è ampliata. Segno che, da un lato, i delusi restano tali anche davanti a proposte alternative o forse, più semplicemente, non riescono a fidarsi più di nessuno. Dall’altro lato, elemento ben più importante, evidentemente il M5S ha pescato il proprio consenso dagli altri partiti.

In altre parole, a far decollare il movimento ispirato da Beppe Grillo sono stati gli elettori di quegli stessi partiti verso cui il M5S si pone come alternativa secca. Questo aver mancato l’obiettivo di riattivare gli astensionisti e questa “vampirizzazione” del consenso altrui, impone di definire quello per il movimento di Grillo un vero e proprio voto di protesta. Non una protesta diffusa e radicata, ma la protesta di chi attendeva qualcosa dalle proprie aree politiche tradizionali di riferimento, e si è ritrovata ad avere per le mani i Lusi, le Rosi Mauro e i Trota. A dimostrarlo, in molte realtà locali, sono i primi dati di dettaglio sulla distribuzione del consenso, e l’utilizzo, talvolta davvero sorprendente, del voto disgiunto, che in molti casi ha favorito la lista più che i singoli candidati sindaci grillisti.

Per chi ha osservato a lungo il fenomeno 5 Stelle, non è un esito sorprendente. Grillo, che pur dichiarandosi un non-leader non manca di dettare tattiche e strategie, da tempo ha fiutato l’imminente decadenza disastrosa della Lega, assumendo posizioni che, se internamente al movimento hanno creato non poche polemiche, all’esterno hanno funzionato come un richiamo del consenso. Per sua natura, il M5S si contende i voti con la galassia variegata della sinistra, dai vecchi trinariciuti con velleità rivoluzionarie ai legalisti dell’IdV, ed è per ampliare la platea potenziale che Grillo ha strizzato l’occhio anche allo spirito antisistema che ancora cova sotto le vestigia del leghismo di base e alle fasce popolari meno intellettualmente strutturate, avvezze a votare il berlusconismo nelle sue varie declinazioni.

Dunque lo straordinario consenso del M5S più che merito di suoi programmi, della sua nuova idea di paese, che non c’è né mai è stata elaborata o espressa, come rileviamo sul Ribelle da tempo, è demerito degli altri. Le percentuali sorprendenti non sono il segno della risurrezione di uno spirito civico nazionale nuovo, ma l’atto doloso con cui una gran massa di delusi ha deciso di punire l’area politica a cui hanno appartenuto per lungo tempo. E quando non sia questo il movente, rischia di trattarsi di un mero spostamento di aspettative, ambizioni, con relativi gruppi d’interesse, da un’egida all’altra. Da un carro che perde i pezzi a quello che, sul momento, sembra vincente. All’italiana, come sempre.

Ora quindi, stante questo quadro, comincia il vero lavoro duro per il M5S. Un altro comico, il Benigni degli esordi, nei suoi spettacoli teatrali, quasi totalmente improvvisati, ogni tanto confidava al pubblico: «il difficile non è cominciare, ma andare avanti». Questo vale anche per tutti gli eletti del M5S e per il movimento nel suo complesso. Ora gli occhi dei media, ma soprattutto dei partiti tradizionali, saccheggiati da Grillo e dai suoi, saranno tutti su di loro, come lo furono, ai tempi, sulla Lega degli esordi. Continuerà per un po’ la guerra di trincea: ogni piccolo errore verrà urlato in grassetto, sottolineato da giornali e segreterie di partito. Se il movimento resisterà, cominceranno le lusinghe e i tentativi di cooptazione.

Di fatto, quindi, il M5S ora è su un campo minato. È costretto a tradurre in pratica le indicazioni generiche che hanno costituito da anni il suo messaggio politico, senza sbagliare un colpo e senza compromissioni, e nel frattempo deve tentare di consolidare il consenso acquisito. Ossia fare in modo che i tanti elettori di altre aree, dopo aver comminato la dura punizione al proprio partito di riferimento, non decidano di tornare all’ovile.

Due obiettivi che spesso, con la pressoché invincibile logica clientelare italiana, sono difficilissimi da perseguire contemporaneamente, a meno di non avere una levatura politica ed etica davvero straordinaria. È legittimo essere perplessi sul fatto che gli eletti del M5S ne siano in possesso, ma dichiararlo sarebbe ingiusto e prematuro, senza prima averli visti sul campo. Ma, viste le premesse, ossia da dove arriva il loro attuale straordinario consenso elettorale, è legittimo non abbandonarsi a un cieco ottimismo.

Davide Stasi

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