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Omaggio a Teofilo Stevenson, pugile cubano

Sembra una dicitura di routine – “pugile cubano” – ma in questo caso non lo è: Teofilo Stevenson, già vincitore di tre Olimpiadi e morto ieri di infarto ad appena 60 anni, aveva fatto della sua nazionalità una bandiera. Nel senso che aveva sempre rifiutato, in nome dei principi del socialismo castrista, di abbandonare lo sport dilettantistico per passare al professionismo.

Le offerte erano fioccate, e c’è da scommettere che a motivarle non fosse solo l’interesse per una possibile carriera di alto livello – o anche solo per un match di straordinario richiamo, come quello che avrebbe dovuto opporlo a Muhammad Ali e per il quale gli venne offerto un ingaggio multimilionario – ma pure il tentativo di indurre Stevenson ad abbandonare la Patria e a trasferirsi negli USA. Infliggendo così uno smacco all’odiatissimo Fidel.

Teofilo, però, non ne aveva voluto sapere. E aveva stroncato le lusinghe dei ricchi organizzatori con una risposta che, giustamente, è rimasta memorabile: «Cosa valgono cinque milioni di dollari, quando ho l'amore di otto milioni di cubani?».

Meglio rimanersene in patria, in mezzo alle persone e ai luoghi tra cui era nato e che amava. Meglio continuare a combattere per puro amore della boxe, e lasciare che fossero gli altri a interrogarsi su ciò che avrebbe potuto fare o non fare contro campioni come lo stesso Ali, o Joe Frazier, o George Foreman, o Ken Norton.

Meglio, da parte nostra, tenerci alla larga dalle iperboli tipiche dei media occidentali, che riducono lo sport a una merce da vendere e che, quindi, la imboniscono al massimo grado al solo scopo di accrescerne il giro d’affari. Non diremo che era una leggenda, Teofilo Stevenson: ma “solo” un ottimo esempio di come si possa vivere senza mettere il denaro al primo posto, e senza la smania di pavoneggiarsi sotto i riflettori della notorietà.

(fz)

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