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Pax libica. Un abuso via l’altro

In Libia tutto va bene, c’è pace e libertà, le tirannie sono altrove, un altrove dove si vorrebbe riproporre il modello di successo libico. Poco importa che la pax libica abbia mietuto 47 vittime, condite da un centinaio di feriti, negli scontri, definiti tribali, negli ultimi tre giorni.

Gli scontri sono concentrati nel settore dell’oasi di Cufra, importante snodo per il contrabbando che il traffico d’armi, generato dal recente surplus di prodotti, ha reso un’attività troppo redditizia per non poter causare scontri fra i Tubu e gli Zawiya, che intendono regolare la faccenda fra loro senza intromissioni di un governo incapace di controllare il paese e che sembra privo di consenso popolare.

La questione si tinge anche di connotati razzisti, visto che i Tubu sono una etnia “nera” che ha sempre denunciato la discriminazione subita da parte del regime di Gheddafi, legato a doppio filo con i bedù; una discriminazione che sembra essere sopravvissuta al dittatore.

Ma non è solo la pax a destare perplessità. Lo stesso vale anche per il rispetto del diritto: quattro legali di Saif al-Islam Gheddafi sono detenuti in Libia, accusati di avergli trasmesso documenti non inerenti al suo processo. Quello che rende la vicenda ancor più inquietante è che si tratta di legali del Tribunale Penale Internazionale e, quindi, coperti da immunità specifica, oltre che dai più elementari principi del diritto.

Ogni giorno che passa, lo “scenario libico” mostra sempre di più quanto sia fallimentare nonostante lo si desideri implementare in altri paesi: e non basterà il sostanziale silenzio stampa a dimostrare il contrario.

(fm)

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