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DILEMMA ILVA: IL LAVORO O L’AMBIENTE?

Una contrapposizione assurda e strumentale, che si elimina ripensando il modello economico

Sequestro degli impianti di Taranto e blocco delle lavorazioni “a caldo”, che in ambito siderurgico sono il cuore stesso dell’attività.

La magistratura ha assunto la sua drastica decisione, che del resto era tutt’altro che imprevedibile, e i lavoratori insorgono contro gli effetti del provvedimento. Che mette a repentaglio il mantenimento dei loro posti e che avrà pesanti ripercussioni anche sull’indotto.

La reazione è comprensibile per un verso, specie in questi tempi di crescente disoccupazione, ma è assurda dall’altro. Ciò che accade oggi, infatti, non è colpa degli inquirenti e va anzi considerato come un atto dovuto. La vera questione da porre riguarda il come e il perché si sia arrivati a questo punto. Il come e il perché i proprietari della struttura non lo abbiano evitato.

La risposta del gip, Patrizia Tedesco, è durissima: l’inquinamento ha causato gravi danni alla salute degli abitanti, bambini compresi, e «chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».

Sempre lei, guarda caso: la «logica del profitto». Che si incardina a sua volta su un modello di produzione e consumo che ha puntato eccessivamente sull’industria, a prescindere dall’impatto ambientale.

La soluzione? Pensarci prima.

O almeno (ri)pensarci adesso.

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