Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

London Calling… un cazzo!

Molti non ci avranno neanche badato, per motivi di età o di scarsa conoscenza della storia del rock, ma tra le tante mistificazioni delle Olimpiadi c’è anche questa: l’uso totalmente arbitrario di alcune icone di epoca punk.

Il punk, per chi non lo sapesse, si sviluppò in Inghilterra nella seconda metà degli anni Settanta con un intento elementare e chiarissimo: ribellarsi alla mercificazione industriale della musica giovanile, e quindi anche alla società capitalista nel suo insieme, recuperando le componenti (le pulsioni) del rock’n’roll delle origini. Che non si era certo limitato a inseguire un rinnovamento sonoro, in modo da trovarsi delle alternative ai cantanti alla Frank Sinatra o Bing Crosby, ma che condensava nel ritmo sfrenato e nei testi sempre più espliciti l’ansia di libertà delle nuove generazioni, impazienti di sfuggire ai mille condizionamenti, e alle mille ipocrisie, dell’America del Secondo dopoguerra. Bigotta a chiacchiere e immorale in pratica. Sedicente guida mondiale sulle strade virtuose della democrazia e della libertà, e viceversa autoritaria, e cinica, fino all’abuso e al complotto, vedi il maccartismo e l’influenza esorbitante dell’Fbi di Edgar J. Hoover. Per non parlare della nascente Cia e di tutte le altre strutture, ufficiali e ufficiose, utilizzate dal potere politico ed economico, sia all’interno che all’estero. 

La reazione del punk, una ventina di anni dopo l’apparizione dei capifila statunitensi,  fu istintiva e improvvisata, venendo da ragazzi molto giovani e per lo più incolti, ma era genuina. Il linguaggio era rozzo, basato su pochi accordi e su frasi elementari, ma di grande impatto. L’idea non era conquistare il pubblico con degli show elaborati e gradevoli, ma scuotere i coetanei con dei messaggi – sonori, verbali, visivi, comportamentali – di rivolta nei confronti dell’establishment.

Forse quei teenager non lo avevano ancora capito, oppure vi si erano già rassegnati in modo più o meno inconscio, ma il loro destino era segnato. Oggi sfaccendati con pochi soldi ma molto tempo libero, domani rotelline dell’ingranaggio produttivo. Oggi potevano anche illudersi di essere liberi, e tosti, perché si ubriacavano o si drogavano, perché scopavano a tutt’andare e facevano a botte per un nonnulla, ma presto sarebbero stati ricondotti a una routine molto meno eccitante. Proprio come i loro padri, e i loro nonni, e via risalendo lungo le loro povere stirpi di ex contadini costretti a trasformarsi in operai. Sudditi della Corona e del Capitale. Carne da cannone in guerra, a maggior gloria di Sua Maestà il Re, o la Regina, d’Inghilterra, e forza lavoro in pace, a maggior profitto di Sua Proprietà l’impresa, o la finanza.

Il punk si accese di colpo e bruciò in fretta. Tra i  suoi campioni – condannati per definizione a un rapido tramonto, e venuti fuori dal nulla come pugili dell’estrema periferia che si fanno largo a suon di pugni – c’erano i Sex Pistols e i Clash. I primi uscirono allo scoperto con pezzi a dir poco dissacranti, e con dei titoli che sono tutto un programma, come Anarchy in the U.K. e God Save the Queen. I secondi con le varie White RiotPolice & ThievesI’m So Bored with the U.S.A. .

Brani rabbiosi e iconoclasti, che prefiguravano una lotta nelle strade e intanto, in attesa di passare a vie di fatto, sputavano in faccia alle autorità il proprio disprezzo. Il proprio rifiuto. La volontà, o almeno il desiderio, di non avere nulla a che spartire col ciarpame, ancorché blasonato e arrogante, di una società chiamata a rinnovarsi ma tenacemente aggrappata ai suoi riti, e alle sue fisime. Una  monarchia che non era più un impero; una nobiltà che non era più, se mai lo era stata, una vera aristocrazia; una classe dirigente che non sapeva dirigere, ma solo sfruttare.

Rispetto a tutto questo i Sex Pistols, i Clash, e altri ancora, non erano – non si accontentavano di essere – agli antipodi. Erano in antitesi. I loro avversari, a Corte e nella City, nelle magioni lussuose dell’alta borghesia acculturata ad Oxford e a Cambridge o nelle modeste casette della piccola borghesia ignorante, erano liberi di combatterli, e ancora prima di odiarli e di ricambiarne il disprezzo, ma non potevano fingere di non avere capito. Quelli del punk non erano giovanotti intemperanti: erano – si prefiggevano di essere, e di restare – nemici fierissimi e irriducibili. Magari scalcagnati e alla lunga inoffensivi, visto il radicamento secolare e la quotidiana riaffermazione dei modelli dominanti, ma pur sempre ostili.

La sintesi delle loro canzoni si riassumeva benissimo in un colossale Fuck Off, vaffanculo. L’insulto che precede la rissa. Il grido che si leva dalla folla dei manifestanti e che annuncia gli scontri. Non siamo qui per farvi solo paura. Siamo qui per spazzarvi via – o almeno per provarci.

Ma il sistema, purtroppo, la sa lunga. E sa di avere il tempo dalla sua, a meno di essere travolto dalle sue stesse contraddizioni e accartocciarsi su se stesso in un’implosione inarrestabile, e definitiva.

Così, già pochi anni dopo l’esplosione del punk, si sono affermate le nuove mode, tanto più seducenti e innocue, che hanno dominato gli Ottanta. Suvvia, boys, non vale più la pena di fare tutto quel casino. Hey, friends, perché non vi divertite un po’ ballando con il nuovo pop, mentre le due superstar angloamericane, Mr. Ronald Reagan & Mrs. Margaret Thatcher, portano a termine il loro magnifico, ed efficacissimo, restyling?

Ed eccoci all’oggi. Nella cosiddetta “cerimonia” d’apertura delle Olimpiadi – che in realtà è nulla di più di uno show di cartapesta – si sono utilizzati anche i Sex Pistols. E la musica della London Calling dei Clash – quella che martellava frasi come «Londra chiama le città lontane / Ora che la guerra è dichiarata e la battaglia è in corso / Londra chiama il mondo sommerso / Fuori dal guscio, tutti voi ragazzi e ragazze» – viene ridotta a stacchetto sonoro tra un collegamento e l’altro.

Il sistema mercifica tutto, o prima o dopo. Persino i canti di guerra delle tribù ribelli. Il bottino dei vincitori comprende anche le insegne dei vinti, che finiscono sulle bancarelle dei mercatini delle pulci – o nelle aste di Sotheby's.

Il punk è durato troppo poco, e in fondo non poteva essere diversamente. Ma che sia maledetto chi ne usurpa le spoglie. 

Federico Zamboni

I nostri Editori

MARIO MONTI’S AUTOSPOT

Lobby farmaceutiche K.O.? Una vana speranza