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Squinzi vs Monti. Terza puntata

Il presidente di Confindustria replica al presidente del Consiglio, e respinge ogni addebito. Le frasi sulla “macelleria sociale” – che a detta del premier sarebbero tali da influire negativamente sui tassi d’interesse, a carico sia dell’Erario sia delle imprese – sono state «decontestualizzate dal discorso generale in cui il senso era diverso». Pertanto, «Non sono le mie dichiarazioni a far salire o scendere lo spread e non è in atto un asse con la Cgil».

Riguardo all’azione finora svolta dal governo, Squinzi ha attenuato leggermente i toni ma senza discostarsi un granché da quanto aveva affermato sabato scorso. Due giorni fa aveva detto che il suo voto all’esecutivo era «6 meno meno; no, meglio tra il cinque e il sei», spiegando poi che il giudizio «è ancora un po' sospeso perché da un governo tecnico mi sarei aspettato cose che non sono state ancora fatte, per esempio nel sostegno alla ricerca». Oggi la versione soft si trasforma in un più diplomatico «Apprezzamento per il governo, ma resta molto da fare».

Nel frattempo, però, oltre agli strali di Monti e di Montezemolo, Squinzi si è attirato anche quelli di Repubblica. Il direttore del quotidiano, infatti, gli ha rimproverato l’uso di un «tono sguaiato, da organizzazione in qualche modo alla deriva», ricordando il precedente della riforma del Lavoro definita da Squinzi «una boiata». Poi si è spinto oltre e lo ha addirittura accusato di essere un esempio del «ribellismo delle classi dirigenti», ovvero di quelle componenti «anarcoidi» che pur di perseguire i propri interessi non si rendono conto di ciò che sarebbe meglio per la generalità dei cittadini.

Sottinteso: Monti e Napolitano sì, che se ne rendono conto. E che si spendono, senza risparmio, a tal nobile scopo.

(fz)

 

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