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ANTIPEDOFILIA. SÌ, TARDIVO, DEL SENATO

Palazzo Madama ci ha messo quasi tre anni, ma finalmente la Convenzione di Lanzarote diventa legge

Il ritardo è davvero cospicuo e di per sé riprovevole, visto che l’accordo internazionale venne sottoscritto il 25 ottobre del 2007 e la Camera diede il primo via libera al disegno di legge di recepimento il 19 gennaio 2010.

Considerata la gravità del fenomeno, e l’urgenza di intervenire con qualsiasi misura atta a prevenirlo e a reprimerlo in modo sempre più efficace, si sarebbe dovuta accelerare al massimo l’approvazione, magari riservandosi di migliorare le norme in un momento successivo. Viceversa, come accade fin troppo spesso, l’iter si è impantanato nei distinguo degli uni e degli altri, per cui c’è voluto un totale di sei passaggi parlamentari prima di giungere all’epilogo odierno.

Tuttavia, è comunque positivo che questa lunga, lunghissima attesa sia giunta al termine.  E d’altronde è vero che, rispetto ai 41 Stati che firmarono la Convenzione, sono soltanto dieci quelli che l’hanno recepita nei propri ordinamenti (Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia, Spagna e, appunto, Italia).

Tra le nuove disposizioni spicca l’introduzione nel codice penale dell'articolo 414 bis, che riguarda la “Pedofilia e pedopornografia culturale” e che, come si legge sul sito del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio (qui) «punisce con la reclusione da tre a cinque anni chiunque, con qualsiasi mezzo, anche telematico, e con qualsiasi forma di espressione, istiga a commettere reati di prostituzione minorile, di pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico, di violenza sessuale nei confronti di bambini e di corruzione di minore».

Alla stessa pena sarà assoggettato anche chi, «pubblicamente, fa apologia di questi delitti», senza che si possano invocare «a propria scusa, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume».

Attraverso un nuovo comma aggiunto all'articolo 609, inoltre, viene stabilito che per adescamento di minorenni, il cosiddetto grooming, «si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l'utilizzo della rete Internet o di altre reti o mezzi di comunicazione», fissando per i responsabili una pena compresa fra uno a tre anni.

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