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VERO: DOPO MONTI VA BENISSIMO RENZI

Strategie obbligate ed efficienza a senso unico. Basta un giovanotto qualsiasi, per l’aziendina-Italia

Continuità per continuità (o schiavitù per schiavitù) la questione del successore di Mario Monti è puramente fittizia. Sempre ammesso, poi, che l’attuale premier non decida di rimanere dov’è e di farsi rilasciare un secondo mandato, ovviamente in bianco.

Assodato questo, le primarie del centrosinistra diventano una messinscena che sconfina nella farsa. Al di là degli interessi personalistici, che ci sono senz’altro, quella tra Bersani e Renzi è una contrapposizione irrilevante. La domanda vera, su cui stanno ragionando le oligarchie che tirano i fili, non è chi dei due abbia maggiori capacità o i programmi migliori, ma chi sia più adatto a tenere buoni gli italiani, illudendoli che il prossimo governo farà i loro interessi. E che, nonostante tutti i regressi sul piano dei diritti e del welfare, si potranno ottenere dei vantaggi dal rinnovamento generale.

Bersani, al momento, si lascia forse preferire allo scopo di imbrigliare quel che resta della sinistra, Cgil inclusa. Renzi, viceversa, andrebbe meglio al fine di dare l’impressione che si sia finalmente voltata pagina, facendola finita con la vecchia partitocrazia della Casta e dischiudendo le porte a una nuova stagione di dinamismo e di efficienza.

Nel primo caso, quello di Bersani, la parola chiave è mediazione. Nel secondo, quello di Renzi, è invece proiezione. Il messaggio di Bersani è, parole sue, «Si può cambiare qualcosa». Lo slogan di Renzi recita «Europa, futuro, merito». Bersani è prudente. Renzi cerca di essere suggestivo. In entrambi i casi sono scatole vuote, ma per il marketing politico è l’ultimo dei problemi. Come dimostra lo “Yes We Can” di Obama non c’è alcun bisogno di specificare che cosa si farà in concreto: basta promettere-evocare-scandire una mobilitazione di massa e un miglioramento collettivo.

Bersani interpreta il ruolo del vecchio che si rigenera. Il suo compito è frenare chi tende a rivoltarsi contro il cambiamento strutturale avviato da Monti, e per riuscirci farà leva sul classico trucco del senso di responsabilità. Ovvero, la collaudatissima fanfaluca degli ultimi trent’anni del post PCI: le rinunce dei lavoratori e delle altre fasce deboli non sono mai sconfitte definitive, ma arretramenti tattici. In attesa (un’attesa infinita…) di riconquistare il terreno perduto. E di andare persino oltre, suvvia.

Renzi, al contrario, ha la mission di spianare la corsa al “nuovo che avanza”, rendendolo attraente soprattutto agli occhi delle nuove generazioni. Che essendo state martoriate oltre ogni dire, con una disoccupazione altissima e la precarietà ormai divenuta uno standard, appaiono disposte a tutto pur di uscire dal limbo e avere nuove opportunità di lavoro. Nessuna garanzia, perché ormai non è più quel tempo, ma se non altro qualche chance per chi è pronto a dedicarsi anima e corpo all’impresa che lo paga. American Way of Life, oh yes.

Dopo anni e anni di deserto, anche un terreno scosceso – ma con un minimo di vegetazione e qualche rigagnolo – può sembrare un’oasi.

Federico Zamboni

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