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FIAT-MONTI: TANTE CHIACCHIERE E CIAO

Nulla di fatto, nel vertice di venerdì. Ma intanto l’impresa si è rimangiata gli impegni di “Fabbrica Italia”

Era logico aspettarselo, che dall’incontro tra i vertici Fiat e il Governo non uscisse niente di conclusivo. E men che meno di positivo, rispetto al futuro italiano del Gruppo.

Le attese, almeno in questo senso, sono state perfettamente rispettate. Come attesta il comunicato finale di Palazzo Chigi – che per l’occasione è un comunicato congiunto, manco si trattasse di una visita di Stato in cui bisogna stare attenti pure alle virgole – i colloqui si sono protratti per ore, ma con risultati finali del tutto inadeguati alla lunghezza. Gli impegni di cui si parla sono pochi. E sono vaghi. La sintesi dell’atteggiamento generale potrebbe essere racchiusa in un’unica frase, che vale per entrambe le parti: “lo faremo se sarà possibile”.

Nessuno si spinge a dire espressamente di no, nessuno arriva a pronunciare dei sì che produrranno degli effetti concreti, precisi nella sostanza e certi nella tempistica. La trattativa, ammesso che lo fosse davvero, si chiude al medesimo punto in cui era iniziata. Il Sole 24 Ore tira le somme efficacemente: «Se il Governo voleva garanzie, non le ha avute. Né d'altra parte Monti e Passera erano disponibili a mettere sul tavolo una contropartita in termini di aiuti o incentivi specifici per Fiat».

Eppure, non si tratta di un pareggio. Se è vero che ciascuno dei contendenti è rimasto sulle sue, la cospicua differenza è che non si partiva da una situazione di parità. La Fiat è già inadempiente, rispetto alle promesse del 2010, e aprire un nuovo negoziato, dal punto di vista di Marchionne ed Elkann, è comunque un successo. Perché archivia la fase pregressa e azzera le responsabilità assunte in passato dall’impresa, che in nome degli impegni a mantenere aperti gli stabilimenti e a investire in Italia aveva estorto ai lavoratori l’avallo ai contratti-capestro introdotti a Pomigliano.

A rigore quegli accordi andrebbero a loro volta rimessi in discussione, con buona pace di quelli che invece li trovano ineccepibili e persino meritori. Secondo Franco Debenedetti, fratello del più celebre Carlo, nessuno dovrebbe dimenticare «il “bene per il paese” che ha fatto la  Fiat scrollando l’albero di norme sindacali sclerotizzate». Secondo Raffaele Bonanni, il leader della Cisl che per puro caso condivide con Marchionne le origini chietine, è già molto che vi sia una qualche disponibilità a non trasferire tutto all’estero, visto che il Gruppo «dà un apporto economico alla ricchezza nazionale e all'occupazione grandissimo».

Al di là della vicenda in se stessa, del resto, il vero tema che andrebbe posto è quello del rapporto tra la collettività, rappresentata dal governo, e gli investitori. Se si accetta come ineluttabile che i capitali siano totalmente apolidi e vadano dove più gli fa comodo – vedi Marchionne che non esita a sottolineare che in Brasile fruisce degli aiuti di Stato, suggerendo così che vorrebbe qualcosa del genere per rimanere in Italia – allora ci si consegna a un ruolo totalmente subalterno, da poveracci che devono scongiurare i ricchi di impiegare qui i loro quattrini.

Francesco Forte, sul Foglio, lo dà ormai per scontato: «L’unica politica industriale seria che un governo può fare in un’economia di mercato è cofinanziare la ricerca innovativa delle imprese».

Magnifico: si versano un bel po’ di soldi a fondo perduto e si spera che basti. Anche se non è detto. Com’è noto, ahinoi, le divinità del Denaro non si accontentano di modesti omaggi rituali, per concedere la loro benevolenza. Esigono sacrifici ingenti. Sempre più onerosi. Fino a diventare poco meno che proibitivi. Poiché nel mondo globalizzato e iper competitivo di oggi persino l’adorazione, a modo suo, è soggetta a una concorrenza sfrenata.

Federico Zamboni

 

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