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…E NEL FRATTEMPO ANDIAMO A PICCO

Monti ripete che dal 2013 andrà meglio. Ma lo scenario, per operai ed ex classe media, resta drammatico

Questa volta è la Cgil, a fare un po’ di conti e a lanciare l’ennesimo allarme.

Se negli ultimi anni è andata decisamente male, per le famiglie operaie, il triennio che va dal 2012 al 2014 si preannuncia anche peggiore. A causa dell’intrecciarsi di fattori diversi ma convergenti, quali l’inflazione, la disoccupazione e la pressione fiscale, in questo segmento si attende una riduzione dei consumi reali di 1.806 euro, pari all’8,4 per cento rispetto al 2011. Il che, come viene giustamente sottolineato, significa altri tre anni di gravi difficoltà, che costituiscono un arco di tempo «lunghissimo» per le persone che lo devono attraversare.

Su tutt’altro versante, del resto, un liberista d'assalto come Oscar Giannino traccia foschi scenari anche per il ceto medio. Sempre meno “medio”, in effetti.

La ricognizione non si può certo dire sorprendente, dopo quattro anni di crisi, ma l’impatto rimane forte: «Con meno reddito, meno risparmio, più disoccupati e più trasferimenti pubblici, i consumi del ceto medio cambiano. (…) Tra il 1997 e il 2010 si è deteriorata la situazione delle famiglie di maggiori dimensioni e di quelle con minori: sono quasi due milioni, il 18,2% i minori che vivono in famiglie relativamente povere, il 70% dei quali al Sud».

Toni lugubri a parte, e tolti alcuni elementi che sono giocoforza condivisi perché equivalgono ad altrettante constatazioni di fatto, le due analisi non hanno quasi nulla in comune. La Cgil (almeno in questo…) rispolvera le sue vecchie origini operaiste e si concentra su una delle fasce più deboli, che subisce al massimo grado sia gli effetti della recessione che quelli del “rigore” imposto da Mario Monti, sul doppio registro dei tagli al welfare e del maggior prelievo tributario. Giannino, che del resto è impegnatissimo a lanciare il suo progetto “Fermare il declino”, spara a zero sull’eccesso di spesa pubblica e caldeggia sempre nuove liberalizzazioni.

Apparentemente le due posizioni – anzi, i due approcci – sembrano agli antipodi. Ma a guardare meglio un denominatore comune c’è, sia pure all’interno di formule assai diverse: la totale incapacità, per ottusità o per dolo, di andare dritti alla vera radice del problema, che come abbiamo chiarito molte altre volte non risiede nella cattiva gestione di singole parti del sistema ma nel suo meccanismo complessivo.

La via d’uscita non è né rivendicare piccole concessioni retributive o normative, come fa la Cgil, né magnificare il mirabolante dinamismo dell’iniziativa privata, come fa Giannino. L’impoverimento è la conseguenza automatica delle regole del gioco: se pochi si arricchiscono a dismisura, è fatale che molti si dovranno dividere quello che avanza.

Le società occidentali sono “cresciute” finché hanno potuto nascondersi dietro i loro trucchi contabili, dall’espansione quasi illimitata dei debiti pubblici alle ricorrenti bolle speculative, e dietro lo sfruttamento dei Paesi meno sviluppati.

Oggi che quei margini di manovra, e di arbitrio, non ci sono più, il futuro è compromesso in via definitiva. E per concepirne uno diverso, e migliore, non saranno d’aiuto né le accorate previsioni della Cgil, né tantomeno le frenesie liberiste di Giannino.

 

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