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Stooges & Iggy Pop – Firenze 27 settembre 2012

Ora, parliamoci chiaro: quante volte, chiacchierando con gli amici, vi siete lamentati del fatto che ormai grandi band come quelle del passato non ne nascono più? E quante volte avete maledetto il destino per avervi fatto nascere tre, quattro, perfino cinque lustri più tardi di quando avreste voluto (di quando sarebbe stato giusto)? Ma soprattutto: quante volte, ostentando quell’aria di superiorità propria delle “vecchie volpi”, avete compitato con fermezza che per far muovere il vostro sederino dalla sedia ci sarebbe stato bisogno del nome e non dei soliti quattro tristi epigoni che popolano oggi il mondo delle sette note?

Un sacco, vero? È bello mettere avanti questa inespugnabile sicurezza del “non ne vale mai la pena”. A che pro andare a vedere un concerto, sobbarcandosi chilometri e chilometri, biglietti costosissimi e fatica se poi si rimane sistematicamente delusi dalla scarsa personalità di chi imbraccia gli strumenti?

Comodo, comodo il discorso, cari amanti del rock…

Ma domani, quando sul palco allestito in Piazza della Repubblica a Firenze, saliranno gli Stooges per un concerto gratuito (sì, avete capito bene: nessuno attenterà alla salute del vostro portafogli) che chiuderà l’Hard Rock Cafe rocks the Square, cosa pensate di inventarvi? Un improvviso mal di pancia? Impossibilità causata dal lavoro, dai faticosi impegni universitari del giorno dopo? O liquiderete l’avvenimento affermando che, a una certa età, bisognerebbe che i musicisti si rassegnassero a un’onorata pensione?

Siccome lo so che a molti di voi verrà in mente quest’ultima come scusa migliore - di sicuro sarebbe  la più chic, no? - voglio dirvi giusto un paio di paroline.

Chi scrive, neanche due mesi fa, partiva da Roma alla volta della lontana Villafranca di Verona per andarli a sentire. Treno, aereo, ancora treno e un biglietto che, per quanto modico, aveva comunque la sua (pesante) valenza sullo striminzito budget mensile. Gli amici, anche chi non ti saresti aspettato, dicevano: “Ma dove vai fino a Verona per dei tizi che non ce la faranno neanche a stare in piedi?”. Qualcuno poi, ricordando la performance romana di Iggy Pop del 1996 alla quale avevamo assistito, invitava alla seguente riflessione: “Ma vuoi davvero farti centinaia di chilometri e spendere un capitale per vedere il culo di un ultrasessantenne che manda costantemente a quel paese chi sta sotto il palco e, diciamocelo, hai già sentito suonare piuttosto da schifo quindici anni fa?”. 

La fede, perché il rock, a qualsiasi età, è per prima cosa una fede, mi fece turare le orecchie e partire. Perché, come insegna Kerouac, bisogna andare anche quando non si sa dove si sta andando (soprattutto quando non si sa dove sta andando?). Perché quel nome, gli Stooges, non può in nessun caso lasciarti indifferente se hai fatto un certo percorso. Se sei il tuo percorso. Perché, fosse anche per sentire una volta nella vita Raw Power o I  wanna be your dog suonate live da chi le ha scritte, non si poteva desistere. E, appunto, andai.

Il resoconto? Beh, no, cari miei, troppo comodo così. Avreste dovuto esserci. Avreste dovuto vedere L’Iguana, 65 anni incredibilmente portati, mentre ballava con una decina di ragazzi saliti sul palco durante Shake Appeal. Avreste dovuto vederlo dominare la scena con l’argento vivo e la follia (questa volta priva dei temibili fuck you all ai quali ci aveva abituato) che lo ha sempre contraddistinto. Ma soprattutto avreste dovuto sentirlo ugolare i versi di anthem (1970, No Fun, Your Pretty Face is going to hell… possono bastare?) che ormai hanno oltre quarant’anni, con una voce che sembrava aver recuperato profondità e estensione rispetto ai tardi Novanta. 

E che dire del resto della band? Certo, scordatevi il James Williamson d’epoca con collari e tutine aderenti e abbiate ben presente il fatto che Scott Ashton e Steve MacKay sono due signori che hanno passato i sessanta da un pezzo, ma la “sostanza”, vale a dire quel misto di vetriolo e irriverenza sonora noto come il “Sound of Detroit” -  quello, per capirci, dal quale tutto il punk e, più in generale, tutto il rock davvero duro e davvero alternativo ha preso sostanza - era più vivo che mai. Con una fondamentale differenza: nel 2012, i “ragazzi” hanno davvero imparato a suonare, con gli intrecci tellurici di basso (ottimo Mike Watt) e batteria che filavano a meraviglia e il costante rincorrersi di chitarra e sax che si concludeva in una felicissima agnizione di possente fratellanza musicale.

Alla fine del set, giuro, c’era gente incredula e più d’uno aveva anche una lacrimuccia agli occhi. E no, se ve lo state chiedendo, non si trattava soltanto di qualche nostalgico con oltre mezzo secolo sul groppone, ma soprattutto di ragazzi, in certi casi ragazzini, che avevano capito di aver appena fatto entrare la storia della musica nelle proprie vite, vivendola, per una dannata volta, da protagonisti e assistendo a un concerto che potranno continuare a sognare e a raccontare a mogli, figli e nipoti il giorno in cui saranno diventati  avvocati, bottegai o nullafacenti.

Ecco, a quanti stanno sempre lì ad aspettare l’ “avvenimento” che dia un senso compiuto a tanti anni di passione musicali; a quanti devono perennemente fare i conti con i propri conti in rosso (ricordatevi, però, che per qualcosa che si ama si dovrebbero saper fare anche dei sacrifici. E gli Stooges valgono un miliardo di casse di quelle vostre Tennent’s da “alternativi”, che durante il week end non vi fate mai mancare…); a quanti si lamentano senza posa della cronica mancanza di grandi concerti abbordabili al di sotto della linea gotica; è la vostra grande occasione. Lasciate stare mp3, ciddì masterizzati, Youtube e Wikipedia e riversatevi in massa nella città di Dante. Per una stramaledettissima volta, abbiate il coraggio di non vivere le cose di riflesso e di non trincerarvi dietro quella stupida (e tra l’altro etero diretta) convinzione secondo la quale “certe stagioni quando sono passate, sono passate”. Non è passato niente, nel rock ci sono lingue che si parlano per sempre. E, soprattutto, ci sono vibrazioni la cui oscillazione non finirà mai di fare girotondo intorno al cuore. Volete davvero continuare a vivere senza provare? Volete davvero aspettare ancora una volta la “prossima volta” e far finta che il treno importante non stia passando? 

“Raw power is sure to come a runnin to you 

Raw power got a healin hand 

Raw power can destroy a man 

Raw power it’s a more than soul

Got a son called rock and roll”

 

Siete ancora lì?

Domenico “John P.I.L.” Paris


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