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IL RIGORE «A COMINCIARE DAI PIÙ ABBIENTI»

Ci risiamo: Napolitano chiama tutti a raccolta. Compresi – ah ah ah – i ricchi e i super ricchi

La frase è altisonante, e non sorprende affatto che ad averla pronunciata sia il presidente della Repubblica. A prima vista, inoltre, può sembrare che il concetto non faccia una grinza. Al contrario: finalmente qualcuno che se la prende con i nababbi, o giù di là. E da un pulpito così autorevole, per giunta.

Afferma Re Giorgio: la «politica di rigore deve coinvolgere tutti i ceti sociali, a cominciare dai più abbienti». A Rainews24, per dire, rimangono così colpiti che riportano l’affermazione in apertura del relativo articolo, dopo averla ripresa anche nel titolo. Ma certo. Dai e dai si deve essere mosso qualcosa, e finalmente i “meno abbienti” – che sotto il Governo Monti sono stati puntualmente tosati, in ossequio all’inossidabile principio per cui è più conveniente prelevare degli importi relativamente esigui a una platea sterminata di cittadini, piuttosto che cifre assai più cospicue a una minoranza di milionari – avranno la sospirata rivalsa, se non proprio vendetta, nei confronti degli odiati, o almeno non troppo simpatici, “più abbienti”. E poi, scusa, come dubitarne, se lo dice il Capo di Stato?

Il problema, però, è che non c’è neanche bisogno che la raccomandazione quirinalizia sia deliberatamente menzognera, o che lo diventi in corso d’opera, per liquidarla come una bubbola. Basta andare al di là della superficie e riflettere meglio sul suo significato, all’interno della società in cui viviamo, e sulle conseguenze che andrebbe a produrre anche nel caso in cui, e c’è da dubitarne, si trasformasse in misure concrete. Ossia in maggiori imposte sul reddito di chi guadagna di più o addirittura, dopo che l’ipotesi è stata già accantonata svariate volte, sul patrimonio di chi possiede ricchezze davvero ingenti, e non solo sul piano immobiliare ma anche, o soprattutto, su quello finanziario.

Il punto, infatti, è che quando si parla di «politica di rigore», come fanno lo stesso Napolitano, il suo alter ego Mario Monti e i loro numerosi sodali dentro e fuori i partiti. ci si riferisce per definizione a degli interventi che, per quanto massicci e prolungati nel tempo, non sono tutti strutturali e definitivi. Mentre alcuni, quali le liberalizzazioni e la riforma del lavoro, sono stati pensati e introdotti in via permanente, essendo strategici e funzionali a un rimodellamento sociale in chiave neoliberista, quelli di natura tributaria sono invece momentanei. Perché servono a soddisfare esigenze di gettito che di per sé sono eccezionali, tanto è vero che già oggi il bilancio statale non presenta un disavanzo di esercizio ma è tuttora zavorrato, e in misura enorme/abnorme, dai debiti pregressi e dagli interessi che si pagano e si pagheranno per finanziarli e rifinanziarli.

Beninteso: non si sta dicendo che quella immensa zavorra verrà smaltita, più o meno rapidamente, e che quindi tra due, tre o cinque anni non vi sarà più necessità di prelevare robuste quantità di denaro dalle tasche dei cittadini («a cominciare dai più abbienti», come declama Napolitano). Non è questo lo scopo di chi ci governa, dentro e fuori i confini nazionali. Ciò che interessa è superare la fase acuta della crisi, che in se stessa attesta l’implosione del sistema e avrebbe dovuto determinarne il crollo definitivo, e ripartire su basi ancora più inique di quelle che si sono utilizzate in precedenza.

Ed eccoci al nodo (scorsoio). L’unica maniera di colpire davvero i succitati «più abbienti» sarebbe quella di modificare, riequilibrandoli, i meccanismi di creazione e di accumulo della ricchezza. In assenza di questi cambiamenti, che sono pura fantascienza sull’asse che collega Washington a Bruxelles – o se si preferisce Washington, sede della Federal Reserve, a Francoforte, sede della Bce – qualsiasi aggravio fiscale nei riguardi di chi ha maggiori redditi o maggiori patrimoni è fatalmente destinato a rimanere episodico e marginale, rispetto al sacrosanto obiettivo di ridisegnare i rapporti odierni nel senso dell’equità.

Bisognerebbe chiedere a Napolitano che cosa ne pensa, di questo specifico aspetto. Ma tra i tanti che gli porgono reverenti il microfono, o ne trascrivono sollecitamente le parole, non si vede proprio chi abbia la capacità e l’intenzione di farlo.

Federico Zamboni

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