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Il "tradimento" - sacrosanto - di Andrew Sullivan che mette il suo superblog a pagamento

Giornalismo, pubblicità, società

A quanto pare ha destato un certo interesse il fatto che uno dei blogger più conosciuti di sempre, o quanto meno da quando il fenomeno dei blog è apparso su internet dai primissimi anni Duemila, cioè Andrew Sullivan, abbia deciso di lasciare l'ultima testata che ospitava i suoi scritti e quelli del suo staff per tentare la nuova strada di procedere da solo e, soprattutto, abbia scelto nel senso di variare la modalità di fruizione dei contenuti dal "tutto free" e supportato dalle inserzioni pubblicitarie, sistema utilizzato sino a ora, alla tipologia per abbonamento. 

Il tema non è affatto, come si potrebbe a prima vista pensare, a solo uso e consumo, e interesse, degli addetti ai lavori, ma implica alcune tematiche che sono importanti per tutti. I cambiamenti del mondo dell'informazione sono - e ancora di più saranno - strettamente collegati a quelli della società nel suo insieme. Se superficialmente l'argomento potrebbe interessare solo l'ambito del giornalismo e dell'editoria, che da almeno un decennio si stanno arrovellando per trovare una soluzione al fatto che nel suo insieme, al momento, non c'è praticamente nessuna organizzazione in grado di sopravvivere senza generare ingenti perdite, la cosa ha in realtà un senso molto più profondo. Non torneremo sull'argomento dei media in generale, e per chi volesse conoscere la storia di Sullivan segnaliamo una ottima e breve sintesi pubblicata dal Post di Luca Sofri (qui).

Diciamo subito che la scelta di questo blogger inglese, con la Green Card Usa, puzza un po' di bruciato: come in tante altre occasioni, il suo modo di comunicare e la sua efficacia nel farlo (indubbia) sta facendo propendere i commenti di quasi tutti gli osservatori della materia come un atto di grande coraggio e quasi di visionaria capacità di predizione del futuro. Sullivan sostiene, senza mezzi termini, che "se un futuro c'è per questa professione ebbene questo risiede nella possibilità di farsi pagare per dei contenuti di qualità". E ancora: "la pubblicità disturba la navigazione". Maddai, verrebbe da dire. Il punto è che Sullivan appare accorgersene solo adesso, pur essendo, lui sì, un pioniere del web. Il fenomeno dei blog arriva in Italia attorno al 2003, con una diffusione enorme nel biennio successivo per poi praticamente terminare negli ultimi anni recenti dopo l'avvento dei social media, Facebook in particolare. Gli attuali early adopters del web, per intenderci, oltre agli adolescenti anche le intere schiere di quarantenni e cinquantenni italiani che hanno aperto un account su Facebook recentemente, praticamente considerano oggi i blog come nicchie di grafomani e di persone che sentono una incontinente necessità di esprimersi. Brutalmente, dal 2003 a oggi, delle decine di migliaia di blog aperti in Italia sono rimasti realmente attivi appena alcune centinaia, mentre la grande maggioranza di chi si lanciò nell'esperienza di scrivere su quel mezzo ha abbandonato le riflessioni destinate a quelle pagine, più adatte a ospitare pensieri che si ritenevano di una certa complessità e se vogliamo lunghezza, per traslocare sui messaggi istantanei, rapidi, semplici e semplicistici, di cui sono disseminati i social network.

Insomma i blogger di un certo calibro di un tempo, intendendo con questo chi si cimentava con il mezzo non per raccontare proprie cose personali ma per esprimere in senso più ampio ciò che aveva da dire - se aveva qualcosa da dire, il che è sempre stato una rarità - o sono passati a esperienze più complesse, come i tanti giornali on line nati con il tempo oppure, più semplicemente ma mantenendo la stessa efficacia, continuano tuttora ad aggiornare il proprio blog con una certa regolarità. Si tratta, come detto, della minoranza assoluta. Tutti gli altri, e tutti quelli arrivati dopo, sono passati a Facebook e Twitter per aggiornare i propri "amici" su cosa stanno facendo, dove stanno andando, quali foto al gattino hanno fatto e quali articoli credono di aver letto e digerito tanto da renderne imprescindibile la segnalazione agli altri. Nella migliore delle ipotesi, questi, si cimentano con l'adesione con un click a questa o quella campagna o raccolta di firme per la causa di turno con la quale pensano di stare contribuendo a cambiare il mondo.

La spazzatura dei giornali on-line

pubblicità sul Corriere.itTorniamo a Sullivan e ai media. E alla pubblicità. Anche i grandi media mainstream, che hanno iniziato da anni la corsa alla presenza su internet, complice la crisi attuale e soprattutto l'imperativo implicito e tutto da dimostrare secondo il quale su internet tutto o quasi debba essere gratuito, si stanno accorgendo da tempo che malgrado l'annacquamento infinito dei propri contenuti, la ridondanza di pagine e pagine inutili con le quali il giornalismo non ha nulla a che fare, e malgrado il fatto di spartirsi da soli la grande maggioranza della pubblicità su internet nella propria area di competenza, non ce la fanno a tenere in piedi i conti.

Sinteticamente: i giornali a grande diffusione (web) e con grande dispiegamento di forze, soprattutto in Italia, sono diventati un minestrone indigeribile di pubblicità, articoli inutili, gallerie fotografiche improbabili e pubbliredazionali al limite della deontologia professionale e non ostante questo, non ostante i milioni e milioni di pagine viste non riescono, pur generando grande introito pubblicitario, a pagare i conti delle redazioni - o sedicenti tali - che macchine da guerra del genere richiedono per generare tale fuoco di contenuti.

Non solo, ad aggravare le cose, c'è il fatto che nessuno si muove. Sono tutti consapevoli, nei consigli di amministrazione dei grandi media, che l'intera impalcatura che hanno contribuito a creare non ha futuro. Sanno tutti che stanno realizzando e alimentando un settore che con il giornalismo ha ormai poco a che fare, ma nessuno rischia, almeno dalle nostre parti, di cambiare una virgola del proprio modello di business.

Il che è facilmente comprensibile: proviamo a immaginare Repubblica che a un certo punto, e per prima e sola, cambia direzione e fa un discorso molto chiaro ai propri lettori. Un discorso del genere: il giornale così non si regge e dunque da oggi lo dobbiamo far pagare, anche su internet. 

Per capire cosa succederebbe basta incrociare i dati e la natura di quali sono i lettori abituali di un portale monstre come quello del gruppo dei De Benedetti e sarà facile immaginare quanti sarebbero quelli disposti a pagare. Avendo, allo stesso tempo, libero accesso ad altri siti analoghi che non abbiano fatto una scelta uguale. Inutile insistere.

pubblicità su ilPost.itA livello generale, è molto facile prevedere, nel nostro Paese, che quando sarà chiaro a tutti che il modello adottato da questi media è sull'orlo del fallimento, si troverà una soluzione all'italiana. Per quanto ci riguarda prevediamo due ipotesi. La prima: si farà cartello. Tutti i più grandi siti dei giornali si metteranno attorno a un tavolo e decideranno, tutti assieme, di cambiare il proprio modello facendolo diventare, magari parzialmente, ma a pagamento, e di fatto rendendolo come unico (e unanime) disponibile ai lettori. Già hanno fatto una cosa del genere sino a ora, visto che la raccolta pubblicitaria per i tre più grandi siti di informazione italiani è affidata a una unica concessionaria di pubblicità. La seconda: riusciranno a mettersi d'accordo, a livello governativo, per una sorta di contributi all'editoria on line simile a quelli attualmente in vigore per l'editoria cartacea. Con, ovviamente, i paletti del caso utili a bloccare tali contributi per tutti gli altri, come al solito.

 

Le news sono gratis. La conoscenza si deve pagare

Spaziando a livello più alto e globale, che è sempre esercizio utile, le cose sono, al momento, abbastanza chiare. Sul web l'informazione è ormai diventata una commodity: disponibile a tutti gratuitamente, da una parte o dall'altra si riesce a trovarla. E sarà praticamente impossibile tornare indietro, cioè obbligare gli utenti del web a pagare per averla. La risorsa è disponibilissima ovunque a chiunque. 

Ciò che scarseggia è altro, ovvero la conoscenza. I contenuti, di carattere giornalistico e comunque intellettuale, che più che informazione riescano a fare formazione, cioè a far comprendere il significato delle notizie. A metterle in prospettiva. Scarseggiano insomma i soggetti, singoli giornalisti oppure giornali di un certo tipo, che riescano a offrire delle chiavi di senso

Per chi volesse approfondire il tema segnaliamo un report aggiornatissimo che abbiamo studiato recentemente - sono circa 130 pagine, in lingua inglese, ma chi è interessato all'argomento dovrebbe fare lo sforzo di leggerle: qui.

Per tirare delle somme (ancorché parziali) e un significato almeno minimo della scelta di Sullivan, oltre al motivo per il quale vi si sta dando parecchio risalto nei media, vale la pena prendere in considerazione un ulteriore dato. Proviene da un - ottimo - libro di Massimo Russo e Vittorio Zambardino, "Eretici digitali", edito da Apogeo (qui). L'esempio riportato in un paragrafo del libro riguarda un piccolo sito italiano che si occupa di internet, tecnologia e informatica, ovvero di settori che al momento riescono ad attirare molte inserzioni pubblicitarie su internet, quelle di Google AdSense, per intenderci, delle quali sono disseminati tanti siti e sitarelli. 

"Il sito in questione esiste da nove anni, è aggiornato più volte al giorno da una sola persona che lo gestisce in tutti i suoi aspetti, e totalizza circa 6 mila utenti unici giornalieri, poco più di 150 mila al mese, con 10/15 mila pagine quotidiane, mezzo milione in 30 giorni. Il sito realizza una cifra tra i 900 e 1000 euro al mese. Ma al lordo delle spese e senza alcun tipo di certezza"

Una miseria considerata la mole di lavoro necessaria per realizzarlo e la quantità brutale di pubblicità che vi è contenuta.

Questo è quanto accade per un piccolo sito il quale pubblica articoli strizzando l'occhio ai contenuti che possono generare pubblicità da Google. Per i grandi quotidiani ovviamente le cose cambiano, anche perché accanto agli annunci in automatico lì esistono concessionarie che vendono banner e spot e sovraimpressioni di ogni tipo. Ma i costi di produzione, in quel caso, sono enormi, anche solo considerando uno stipendio adeguato per tutte le persone che vi lavorano.

Dunque cosa succede? Per fortuna, e per una volta almeno, si torna ad alcuni punti cardinali, intuitivi, ancora prima che logici e razionali. Anche se ci sono delle conseguenze importantissime.

 

Andiamo per ordine, sintetizzando. 

L'informazione, le mere notizie, sono ormai gratuite e disponibili a tutti, e il fenomeno della "copia non creativa", cioè il copia incolla e il linkare di tutto da parte di tutti, che rappresenta la grande ridondanza di internet e il rumore assordante presente nella maggior parte dei siti e soprattutto nei social network, non solo non può rappresentare ormai un lavoro con il quale molto semplicemente guadagnarsi da vivere, ma innesca anche il fenomeno di information overload (ne abbiamo parlato qui, nel numero speciale del Ribelle sull'informazione - Omaggio) che ha effetti, per la massa, molto più dannosi rispetto alle promesse della "informazione universale accessibile a tutti" rivelatesi con tutta evidenza false.

Parimenti, considerando invece come risorsa estremamente scarsa quella di chi - singoli individui o giornali - riescono a proporre conoscenza, sintesi, approfondimento e senso a ciò che accade, in questo caso gli spazi per continuare in modo serio e professionale, cioè con dedizione totale, il mestiere del giornalista - il che implica necessariamente poter riuscire a viverci - ci sono ancora. Il punto, e questa è la considerazione più amara, è che nel frattempo si sono seminate convinzioni dagli effetti disastrosi, in senso lato. Perché il popolo del web, i più, i social network addicted, si faranno bastare, o meglio, saranno convinti che basti, continuare a dragare i fondali della spazzatura che appare ovunque per reputarsi informati e dunque potersi permettere di non pensare neanche lontanamente ad accedere a fonti di informazione e conoscenza più evolute ed efficaci. Figuriamoci a pagare per esse. Mentre allo stesso tempo, chi capirà di dover acquistare - meglio, sostenere -del lavoro giornalistico di un certo spessore sarà sempre una minoranza, con le conseguenze, per il mondo del giornalismo ma soprattutto per la società nel suo insieme, che si possono facilmente immaginare.

Per concludere (almeno per ora) la scelta di Andrew Sullivan va nella direzione esatta che scegliemmo da queste parti diversi anni addietro e che si dimostra pertanto, se non vincente, quanto meno e con certezza unica possibile. E lo diciamo proprio in questi giorni in cui, tra gli altri anche con i nostri abbonati, stavamo pensando di rivedere l'intero piano di sostentamento di questo giornale. Ma la scelta di Sullivan oggi arriva fuori tempo massimo. Forse non per lui, che sarà in grado di portarsi dietro i suoi (tanti) lettori che giustamente saranno disposti a pagare per il suo lavoro e per quello del suo staff - lavoro che è certamente particolare - ma certamente per l'ecosistema dei media nel loro insieme.

In questo senso, quello di Sullivan appare quasi come un tradimento: dapprima motore propulsivo, agli inizi, di tutto il filone internet del "tutto free" e oggi primadonna del fare marcia indietro. Solo che nel frattempo la massa si è abituata, probabilmente senza possibilità di tornare sui propri passi, a pensare che questo lavoro non vada retribuito e che dunque se ne possa fare tranquillamente a meno. Con buona pace del giornalismo, della vera informazione, della conoscenza e dunque della società nella quale viviamo.

Valerio Lo Monaco

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