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Ludopatia: cresce bene, nella società del Dio Quattrino

In Italia oggi si stima che gli scommettitori nelle varie categorie di giochi siano più di 35 milioni, e che nel 2008 gli italiani abbiano speso, nel mercato dei giochi, 47,5 miliardi di euro, ai quali va aggiunto il denaro speso nel gioco clandestino. E uno dei settori trainanti è quello delle NewSlot, che da sole fanno registrare la metà degli introiti. Il nuovo fenomeno del gioco on-line riscuote oggi grande successo, ed è prevista, per il settore, una crescita esponenziale.

Ma perché si gioca d’azzardo? Rispondere a questa domanda non è facile. Certamente si tratta di una forma di intrattenimento antichissima: ritrovamenti di manoscritti testimoniano la presenza di scommesse nel gioco dei dadi già al tempo della civiltà egizia. A quanto si può constatare, connaturata al gioco d'azzardo vi è anche la propensione a barare, confermata come è dal ritrovamento di dadi con un lato appesantito. Inoltre, che il gioco dei dadi sia il più antico gioco d’azzardo viene suggerito dal significato dalla stessa parola “azzardo”, la quale deriva dal francese hasard, che a sua volta deriva dall’arabo az-zahr che significa, appunto, dado.

Precedenti storici a parte, sappiamo quanto il gioco sia importante per i bambini come per gli adulti. Sul piano psicologico assume un ruolo sostanziale nel processo di sviluppo della mente e della personalità. Inoltre, risponde all’umano bisogno di socializzare. Socializzazione che viene garantita dalle regole, le quali servono appunto ad evitare i conflitti che portano al “farsi guerra”: la certezza di uno svolgimento corretto salvaguarda tutti quelli che vi partecipano, e alimenta il piacere della contesa. Il gioco è anche un elemento essenziale per la nascita della cultura. La sua tipica rappresentazione simbolica, infatti, si incarna nelle forme dell’arte. Il gioco, infine, aiuta l’uomo a non stare legato unicamente al “bisogno” e alla fatica del vivere, aiuta a farci amare le cose per il solo fatto che sono belle. Al gioco, quindi, è legata la “leggerezza dell’essere”.

Non possiamo ignorare, inoltre, che una delle caratteristiche fondamentali del gioco è l’aspetto divertente, gratificante. Tanto che in certi giochi perfino le emozioni di tensione, paura, brivido, sono fonte di gratificazione.

Tuttavia, poiché è del gioco d’azzardo che stiamo parlando, occorre notare che in esso il ruolo determinante non è l’abilità dei giocatori, ma è l’Alea. Infatti, ciò che rende possibile la scommessa è proprio la sua componente di aleatorietà: l’incertezza dell’esito. Un esito che potrebbe essere a proprio favore (vincita) oppure a svantaggio (perdita). Di modo che, nell’azzardo, una meno percettibile ma ben più profonda motivazione a giocare è il desiderio di dominare il fato, di trovare cioè il modo per volgere a proprio favore il destino personale. Che è quanto dire che i giochi basati sull’Alea mirano a procurare l’illusione di controllare l’incontrollabile. Sono giochi, cioè, che comportano il fascino del “pensiero magico” nel tentativo di soddisfare bisogni di controllo onnipotente.

Ma quali sono i motivi per cui il gioco, da azione addirittura indispensabile e fonte di tante utili gratificazioni, si trasforma in una ripetizione patologica? Per rispondere correttamente dobbiamo capire come si configurano i processi di percezione ed elaborazione delle sensazioni di piacere: essi, infatti, sono mediati da complessi sistemi neuronali e neuro-trasmettitoriali. Le risposte gratificanti, insomma, forniscono un rinforzo ai circuiti neuronali coinvolti, dando loro maggiore forza e precedenza su altre attività percettive. Cosicché il meccanismo fisiologico della memoria e della motivazione ci spingerà ad agire e a ripetere i comportamenti risultati “utili”. La ripetizione durerà fino a quando un meccanismo inibitorio (sazietà o appagamento) non frena tale ripetizione, arrestandola.

Si ipotizza che in alcune persone il meccanismo di blocco della ripetizione non funzioni adeguatamente e che, pertanto, il comportamento si possa reiterare all’infinito fino a trasformarsi in un “loop” inarrestabile. L’alterazione di questo elaborato meccanismo è dovuto a complessi disturbi neuro-trasmettitoriali, ad aspetti genetici, ma anche ad altri fattori psicologici, sociali e relazionali. Quindi, la causa della dipendenza patologica è appunto la risultanza di fattori predisponenti biologici, psicologici, e sociali che, in presenza di uno stimolo scatenante, danno origine alla patologia compulsiva conclamata: uno solo di questi fattori, infatti, non è in grado di precipitarla.

 

La motivazione al gioco d’azzardo, oggi, è fortemente collegata al contesto socio-culturale in cui siamo inseriti.

A dominare la scena del mondo è il “dio danaro”, un “dio” che si è così ben radicato nelle menti dei popoli, da essere ormai considerato l’incontrovertibile destino della vita dell’uomo sulla terra. E questo comporta, da una parte, come si trovi oggi “naturale” che la dimensione economica sia quella che guida ogni altra dimensione (etica, morale, culturale, politica, ecc.) e, dall’altra, che il messaggio che ogni persona riceve costantemente in una società siffatta è: vali solo se hai, e non importa come l’hai ottenuto. Possiamo perciò ipotizzare che una delle motivazioni più rilevanti per cui le persone giocano d’azzardo sia da ricercarsi, come ha scritto Roger Vaillois nel 1967, nel «fascino di guadagnare tutto in una volta, senza fatica, in un attimo». Con la segreta speranza che basti un colpo di magia per piegare il corso dell’intera esistenza.

Se è vero, come dicevamo sopra, che un’unica causa non è sufficiente a scatenare una dipendenza da gioco, altrettanto vero è che il nostro attuale contesto socio-culturale è terreno quanto mai fecondo per il moltiplicarsi delle patologie da gioco. E quando la malattia compare, si manifesta con le caratteristiche tipiche di tutte le dipendenze: assuefazione, perdita del controllo, sindrome di astinenza, bisogno compulsivo di giocare. In presenza di queste manifestazioni il gioco non esiste più, venendo infatti a mancare le premesse indispensabili perché quell’attività sia un gioco.

Così, il vero senso del gioco (cioè la possibilità di costruire e scoprire se stessi attraverso lo sperimentare contemporaneamente libertà, creatività e apprendimento di regole) viene completamente ribaltato, e il gioco, che è fatto per essere un momento di gioia, diventa invece una “gabbia ” di schiavitù, di ossessione e di ripetitività, in grado di devastare la vita personale. Sia di chi sprofonda nella patologia, sia delle persone che gli stanno accanto.

Tina Benaglio

 

 

Contenuto nella Raccolta settimanale del 05/10/2013
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