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Colonialismo alla rovescia: l’Angola preme sul Portogallo

Tensioni tra il Portogallo, colpito da una crisi economica senza precedenti, e l’Angola, che da alcuni anni veste i panni del colonizzatore comprando parecchie delle imprese portoghesi in bancarotta.

In un discorso pronunciato in parlamento, ripreso dalle principali agenzie di stampa internazionali, il presidente angolano, Josè Eduardo dos Santos, ha definito le relazioni tra Luanda e Lisbona «malsane», riferendosi ad una serie di inchieste scomode avviate dai magistrati portoghesi.  La giustizia di Lisbona sta infatti indagando su conti bancari e beni acquisiti in Portogallo da esponenti del governo angolano e di alcune società pubbliche angolane. Secondo Dos Santos si tratta di «una campagna di intimidazione contro le élites africane», mentre i Paesi occidentali «fanno profitti per miliardi di dollari» nel continente nero.  

«Si è diffusa la convinzione sbagliata che l’uomo africano ricco è corrotto», ha continuato il capo di Stato angolano che ha messo in discussione i rapporti con l’ex potenza coloniale: «Le cose con Lisbona non vanno bene. Il clima politico attuale non favorisce la costruzione della relazione strategica già annunciata». Il riferimento è agli accordi sottoscritti a febbraio, che prevedono l’organizzazione per il prossimo anno di un primo summit bilaterale.

Sull’argomento si è espresso anche il ministro degli Esteri di Luanda, Georges Chicotty, che ha rincarato la dose: premettendo che «finora nessuno dei 250.000 portoghesi che fanno affari in Angola è mai stato perseguito legalmente» ha lanciato una sorta di monito affermando che  «c’è bisogno di equilibrio». Da parte sua il governo di Lisbona, che non è nelle condizioni di inimicarsi quello angolano, si è detto «sorpreso» delle puntualizzazioni e ha sottolineato l’importanza del rapporto che lega i due Paesi.

Oggi, dunque, siamo di fronte al rovesciamento della storia. L’Angola si può permettere di comprare le imprese portoghesi e non solo, mentre lo Stato europeo è in svendita. O peggio ancora sta diventando una colonia dell’Angola e della sua “famiglia presidenziale”.  Con i crolli bancari del 2008, la figlia del presidente,  Isabel Dos Santos, è entrata nel consiglio d’amministrazione del Banco Português de Investimento, del Banco Espírito Santo, acquisendo posizioni azionarie di rilievo nel Banco Portugues de Noegocios, nella Caixa General de Depósitos, nel Banco Santander e nel Banco BIC Portugues. Tra il 2008 e il 2009 la Kento Holding, di cui la Dos Santos è proprietaria, è diventata azionista del colosso dell’elettricità Energias de Portugal, di Portugal Telecom e di ZON Multimedia, primo operatore nel mercato della pay tv portoghese e secondo provider internet del Paese. Inoltre, attraverso il controllo della compagna petrolifera angolana Sonagol, possiede partecipazioni del gigante degli idrocarburi Galp Energia. Oltre a ciò, con suo padre ha creato l’azienda Geni, attiva nel settore bancario, petrolifero, diamantifero e delle costruzioni, che ospita gran parte dei loro investimenti portoghesi. In poche parole, ha in mano una cospicua porzione dell’economia portoghese.

La crisi, intanto, si fa sentire in Portogallo e molti giovani stanno emigrando in Angola. Secondo i dati forniti recentemente dall’Osservatorio per le migrazioni, sono oltre 100mila i portoghesi che si sono trasferiti laggiù, oltre quattro volte il numero di angolani presenti in Portogallo. Ad attrarre i giovani sono le possibilità di lavoro e gli stipendi più alti. Un ingegnere appena laureato o un giornalista con tre anni di esperienza, che guadagnano al massimo mille euro in Portogallo, se ne vedono offrire tremila in Angola, il più delle volte con vitto e alloggio pagato dai datori di lavoro. Questo fenomeno non riguarda solo il Portogallo, ma anche tanti altri Paesi messi in ginocchio dalla speculazione finanziaria internazionale. Sempre più spesso i giovani laureati europei, che in patria non trovano lavoro, si spostano in Sudafrica, Mozambico e in altri Paesi che offrono maggiori possibilità di una vita dignitosa.

È il grande paradosso del nostro tempo. Gli africani scappano dalla miseria e dalla guerra e cercano rifugio in Europa. I giovani del vecchio continente vanno in Africa a lavorare per quello che hanno studiato e a costruirsi un futuro che il loro Paese d’origine non è più capace di offrire.

Francesca Dessì

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