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Costa d’Avorio: cresce il rischio di una rivolta

Dopo quasi tre anni dalla fine della guerra, la Costa d’Avorio stenta a riprendersi. Il presidente ivoriano, Alassane Dramane Ouattara, perennemente in viaggio, non riesce a tenere a bada le Forze repubblicane della Costa d’Avorio (Frci), ex ribelli analfabeti che non ricevevano gli stipendi e i dozos, i cacciatori tradizionali che hanno acquisito il gusto per la vita militare e non vogliono tornare alle loro vecchie occupazioni.

Nonostante le denunce delle organizzazioni internazionali, le frange fuori controllo continuano a commettere i soliti crimini: intimidazioni, stupri, umiliazioni, giro di racket ed estorsioni di soldi. La Costa d’Avorio non è mai stata un paradiso terrestre, ma neanche un covo di delinquenti e criminali senza scrupoli. Al calar della sera, la gente è costretta a barricarsi in casa. Gli abitanti di Abidjan, racconta una nostra fonte sul posto, vivono nella paura e nella povertà più estrema. Se prima si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena, ora non più. Ci sono oltre otto milioni di disoccupati, soprattutto tra i giovani. Gli impiegati statali vengono pagati poco e ricevono i loro stipendi ogni tre mesi.

La gente è esasperata e ha fame. I giovani, senza lavoro, sono arrabbiati. E sono in attesa della liberazione dell’ex presidente ivoriano, Laurent Gbagbo, sotto processo all’Aja. C’è il sentore che la Corte penale internazionale rilasci l’ex capo di Stato, vittima di un complotto internazionale, per mancanza di prove. Nei giorni scorsi l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, che ha difeso a spada tratta la Cpi alla vigilia del Summit dell’Unione Africana, si è incontrato con il presidente Ouattara e il capo dell’assemblea nazionale Soro per discutere della questione di Gbagbo, mentre l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu è andato a trovare l’ex capo di Stato a Sheveninghen. Secondo indiscrezioni, si sta trattando per il suo rilascio, ma c’è una clausola: Gbagbo sarà liberato ma non potrà fare ritorno in Costa d’Avorio, un Paese dove non si può neppure menzionare il nome dell’ex presidente se non si vuole rischiare la vita.

La tensione è alta. L’ambasciata britannica ad Abidjan ha invitato i suoi connazionali a non uscire di casa la sera e fare le provviste nel caso in cui la situazione dovesse prendere una brutta piega. Secondo la nostra fonte, che ha contatti con persone vicine al governo, gli animi sono in fibrillazione e i giovani ivoriani sono pronti a riprendere le armi per cacciare il presidente Ouattara che ha venduto settori importanti dell’economia ivoriana alla Francia, dal cacao al caffè, dall’acqua corrente alla telefonia, dal petrolio alla gestione del porto di Abidjan.

I tempi stanno cambiando e Ouattara non è più forte del sostegno internazionale. Se scoppiasse una rivolta, questa volta, gli Stati Uniti non si schiererebbero dalla sua. Le promesse di Ouattara di divedere la torta tra Washington e Parigi non sono state mantenute. La Francia si è presa tutto e gli Usa sono rimasti a pancia vuota. Negli ultimi tempi, Washington ha fatto pressioni sul governo di Abidjan per ripristinare l’ordine e ha “costretto” le autorità ivoriane a liberare alcuni prigionieri politici, come il figlio di Gbagbo.

In vista delle elezioni presidenziali del 2015, Ouattara (originario del Burkina Faso) sta correndo ai ripari e ha dato la cittadinanza a tre milioni di burkinabè che hanno occupato l’ovest del Paese, cacciando in malo modo i legittimi proprietari delle grandi piantagioni di cacao e di caffè. Intanto, però, la Costa d’Avorio sta diventando il deposito delle armi dei gruppi islamici che sono fuggiti dalla Libia e dal Mali. Le armi passano dal Ghana, dalla Liberia e dal Burkina Faso e arrivano nel nord del Paese ivoriano.

(f.d.)

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