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Benvenuti nel “mondo poroso” di Gary Snyder

Persino in un mondo come il nostro, sradicato e privo di miti, esistono ancora dei santi… Naturalmente non ci riferiamo ai santi della tradizione cristiana, ma, per usare le parole dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut, «a chi cerca di comportarsi decentemente in un mondo indecente», una apparente banalità che invece sembra esser praticata da un numero sempre più ristretto di individui, peraltro ostacolati ogni giorno da un sistema che rende pressoché impossibile essere “puliti” fino in fondo.

Intenti come siamo a farci anestetizzare dalle opinioni plastificate dei nostri giornalisti e uomini di spettacolo non facciamo caso all’esistenza di queste guide, eppure esse esistono e resistono, a dispetto di tutto e tutti. Ebbene, tra di esse merita senza dubbio un posto di onore Gary Snyder, straordinaria figura di artista ed uomo “totale”: poeta, saggista, attivista ed ecologista, l’americano Snyder è infatti un perfetto esempio di compenetrazione tra le sfere dell’essere, del creare artisticamente inteso e del fare.

Questo uomo dal bel volto segnato dal sole e dal vento, ancor più che dagli anni che passano (è nato nel 1930), benché ancora poco conosciuto in Italia, è senza dubbio uno dei protagonisti della controcultura occidentale del dopoguerra, protagonista della Beat Generation ed autore di raccolte di poesie di notevole successo, tra cui quella denominata “Turtle Island”  che nel 1974 gli valse il premio Pulitzer. Sin da subito, del movimento controculturale, Snyder incarna l’ala più spiritualista, quella che anela ad un ritorno alla vita comunitaria, piuttosto che identificarsi con la moderna metropoli, e che guarda con passione ad Oriente; certamente non per caso Snyder, sin dagli anni cinquanta, si avvicinerà al Buddhismo Zen giapponese, divenendone presto tra gli interpreti più affidabili e rigorosi.

Ciò che però diverrà davvero essenziale per la sua esistenza e per la sua espressione artistica è il rapporto con la Natura: la sua visione estremamente pratica e romantica al contempo dell’ecologia lo colloca, assieme a pochi altri, tra i quali occorre ricordare il naturalista inglese Richard Mabey, tra coloro che sono stati capaci di far apparire le speculazioni ambientaliste palpitante materia di vita quotidiana e non astratta discussione di una èlite radicaleggiante… Egli è infatti il teorico che anticipa di decenni fenomeni come il bioregionalismo e la Deep Ecology, ma è anche l’anarca tornato alla foresta che vive in contemplazione e compenetrazione col “suo” habitat, che ne vive sulla propria pelle l’incanto quotidiano. Se si dovesse ritrovare un precedente nella storia della cultura occidentale, andrebbe citato il criminalmente misconosciuto John Clare, il poeta contadino inglese che nel diciannovesimo secolo si batte contro le enclosures e che, rinchiuso in manicomio, fugge per ritornare a quei campi che rappresentano per lui ogni ragione di vita.

Ecco, tutta l’opera di Snyder è figlia di una simile tensione ed intima coerenza e non fa eccezione l’ultima uscita in lingua italiana che lo riguarda, una raccolta di brevi saggi ed interviste intitolata “Nel mondo poroso” (Edizioni Mimesis, pp. 141, euro 14). Quella di “mondo poroso” è una delle felici metafore di Snyder, con la quale lo scrittore intende alludere a “ciò che il mondo sarebbe”, ossia uno spazio in cui le più varie dimensioni si tramano e si travasano l’una nell’altra nella più piena delle armonie, in altre parole la vera realtà contrapposta alla mefitica illusione di un mondo parallelo che intende piuttosto sfruttare ciecamente le risorse del pianeta perseguendo un disegno tanto criminale, quanto incomprensibile. E questa incomprensibilità è, probabilmente, la causa maggiore della profonda infelicità del mondo attuale che crede di possedere tutto, senza avere nemmeno se stesso…

In questo senso Snyder al classico interrogativo "chi siamo?" ne aggiunge uno ancora più significativo che è il “dove siamo?”, attraverso il quale vuole alludere che solo annullando lo scollamento che ci separa dal mondo fisico, biologico e spirituale che ci include potremo dare una reale risposta alle nostre intime inquietudini: come riporta Giuseppe Moretti nella sua introduzione al libro, l’esortazione che Snyder ci fa, con poche e sapienti pennellate Zen, è un insegnamento da accogliere con gioia e fiducia, «Questa terra viva che scorre/è tutto quel che c’è, per sempre/Noi siamo lei/lei canta attraverso noi…».

Se il Gary Snyder poeta meriterebbe nel nostro paese un apprezzamento ben più vasto è inutile dire che il suo insegnamento umano ed esistenziale è oramai un riferimento che, giunti al punto in cui ci troviamo, non può esser lasciato silente. La lettura di “Nel mondo poroso” e delle altre opere dello scrittore americano è dunque pura terapia in quel “mondo indecente” cui alludeva Vonnegut!

Antonello Cresti

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