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Minima Mercatalia. Filosofia e capitalismo

“La filosofia diventa allora il luogo del rischio assoluto: infatti, essa è il luogo della possibile resistenza al nichilismo e, insieme, della sua eventuale legittimazione in stile postmoderno”, scrive Diego Fusaro nella sua monografia Minima Mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani). Fondatore e amministratore del portale filosofico.net, ricercatore e professore presso l’Università San Raffaele di Milano, Fusaro entra a soli trent’anni nelle fila dei saggisti che rimettono in discussione la modernità in tutte le sue forme morali, economiche e sociali. Sulle note di Hegel, definito da lui stesso “un borghese anticapitalista” incompatibile con l’illuminismo - che deplora in quanto portatore di un egoismo universale, “l’individualismo utilitaristico” – ed il neo-liberismo; Fichte – sostenitore dello Stato in quanto elemento di resistenza al mercato globale -; e di Karl Marx, qualificato allo stesso modo di Giovanni Gentile come un idealista, l’autore di Minima Mercatalia – titolo che riecheggia l’opera di Adorno “Minima et moralia” – ritrae in 480 pagine le tre grandi fasi dialettiche del capitalismo (tesi, antitesi, sintesi) e le sue conseguenze sulla vita della comunità umana nella misura in cui come sosteneva lo storico francese Michel Foucault “il sistema capitalistico della produzione modella la soggettività umana e la plasma al potere”.

La fine del mondo pre-capitalistico con l’avvento della società dell’hybris (dal greco antico “eccesso”), del “cattivo infinito” (Marx), della crematistica (Artistotele) in contrapposizione al senso di misura greco (limitatezza), poi ripreso da San Tommaso d’Aquino nell’opera “Comunitas”, segna per Fusaro la “tesi”. Gli sviluppi politico-economici invece, daranno  vita nel Diciottesimo secolo al passaggio da un ordine all’altro, “l’antitesi”, vale a dire l’avvento del Deismo, del Capitale come struttura teologica (David Hume lo denominava “il capitale astratto”), del denaro come vocazione totalitaria, “del modello utilitaristico” come “paradigma dell’auto-fondazione della sovranità dell’economia sulla politica”. Per poi culminare con la rivoluzione industriale ad un’eterna lotta tra borghesia e proletariato interpretata dallo stesso Marx come un meccanismo in cui “il salariato è legato al suo padrone da fila invisibili”. Si entra così nell’ultima fase dialettica: hegelianamente, la “sintesi”. Con il Sessantotto il capitalismo si rinnova, come allo stesso modo si rinnovano i metodi di controllo sociale del potere, il quale diventa più “flessibile e liquido”. Secondo Fusaro si è passati così da un capitalismo prima “astratto”, poi “borghese-proletariato”, ad un “capitalismo speculativo”, vale a dire post-borghese e post-proletario, all’interno del quale l’uomo moderno, homines consumantes, è un atomo di consumo, “iperconsumatore”, manipolato, precario, standardizzato, indifferenziato.

Nessun pastore e un solo gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente, se ne va da sé al manicomio” scriveva Nietzsche - “l’apolide dell’esistenza” come lo ha soprannominato Massimo Fini - in Così parlò Zarathustra. Sensibilissimo sismografo della crisi di un’epoca e di una cultura, quella occidentale, Nietzsche annunciò prima di tutti gli altri la morte di Dio, affermazione simbolica del processo storico di eclisse del trascendente, del tramonto di tutti i valori-guida, i principi, le regole e fini di un Occidente che attraverso un “laicismo scientista” (Fusaro) ha distrutto ogni residuo metafisico e religioso sostituendolo con il monoteismo del mercato. Teologia santificata da un nuovo clero auto-definitosi “democratico” – in realtà “oligarchico-crematistico” (Fusaro) - che urla a gran voce: “non avrai altra società all’infuori di questa!”

 

Sebastiano Caputo

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