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Fassina vs Maradona: il “politicant correct”

Si sono scandalizzati, poverini. Nel vedere Maradona in tv, ospite di Fabio Fazio, che indirizza ad Equitalia un trionfante “gesto dell’ombrello”, più di qualcuno tra i politici, i dirigenti Rai, e i commentatori mediatici, se n’è avuto a male.

Che diamine! Sbeffeggiando l’agenzia della riscossione, con la quale ha un debituccio da quasi 40 milioni di euro, quell’impudente briccone ha insultato i milioni e milioni di onesti cittadini che pagano le tasse. Con una serie di aggravanti, inoltre. Primo, se n’è infischiato dell’obbligo – certo non scritto, ma nondimeno sacro – che gli deriva dall’essere una celebrità sportiva che, in quanto tale, deve essere d’esempio a tutti, e in special modo ai giovani. Secondo, lo ha fatto proprio nel Paese in cui, per sua stessa ammissione, si è svolta la maggior parte della sua epopea calcistica, col corredo di una passione travolgente e imperitura. Terzo, la sprezzante e volgarissima esibizione ha avuto luogo in uno studio della Rai, ovverosia di quella Tivù-di-Stato che per un verso incassa i denari del canone (un tributo, appunto) e che per l’altro assolve, con gli ottimi risultati che ognun conosce, al suo mandato istituzionale di Servizio Pubblico.

C’è bisogno di aggiungere altro, per inorridire? Forse che sì, forse che no, ma ad ogni buon conto i moralizzatori si sono messi all’opera. E hanno tuonato, da par loro, le ragioni del proprio sdegno. Tra i più severi, il vice ministro dell’Economia, il Pd Fassina, che ai microfoni di Radio 24 ha dato risolutamente del «miserabile» a Maradona, rinverdendo così quella bella immagine di sussiego, metà etico e metà intellettuale, che è tra i principali motivi della stima e dell’affetto raccolti dal Pd.

Scherzi a parte (se è lecito citare il titolo di un programma della concorrenza privata, l’odiatissima Mediaset) le quisquilie di giornata rimandano a un tema assai più serio: quello della maturità del pubblico. Anzi, dei cittadini. Anzi, degli elettori. A seconda dei casi, infatti, i capi, i capetti e i capataz dell’establishment oscillano fra due atteggiamenti opposti. Da un lato pretendono che chiunque comprenda, e accetti di buon grado, le enigmatiche alchimie dell’economia internazionale, dal quantitative easing made in USA al fiscal compact made in UE. Dall’altro, invece, ritengono che la popolazione in blocco vada tenuta al riparo da certi messaggi disdicevoli che la potrebbero confondere, turbare, indurre in errore. O addirittura, Dio non voglia, incanaglire.

L’applicazione pratica, in ambito Rai, è che il conformismo ha la strada perennemente spianata e gli unici problemi sorgono, e nemmeno sempre, quando si verifica qualcosa di anomalo. Mentre ogni sorta di idiozia viene assolta a priori, in quanto intrattenimento e dunque, c’è da supporre, benefico svago per gli spettatori bisognosi di ristoro dalle fatiche e dalle traversie dell’esistenza, ciò che si allontana dalla “retta via” dello sciocchezzaio collettivo, o della lottizzazione standard, tende a finire nel mirino dei Supremi Custodi della Correttezza. I quali, per sovrammercato, appaiono sempre più facili a spazientirsi per qualunque nonnulla che non rientri nei loro desiderata.

La nuova tendenza, da parte dei suddetti capi, capetti e capataz, è infatti quella di inalberarsi al minimo imprevisto che trovino sgradevole: dalle tifoserie che si scambiano cordialissimi insulti reciproci e che si ritrovano demonizzate con la grottesca accusa di «discriminazione territoriale», al Maradona di turno che esce dalle righe e osa incrinare l’immagine pubblica che si tenta di proiettare in ogni modo. Quella di un Paese finalmente ammaestrato alle dure esigenze del Pareggio di bilancio, dove nessuno deve permettersi di criticare né il governo in carica, ammirevolmente impegnato a salvarci dal tracollo definitivo, né le sue imposizioni più o meno draconiane a carico dei cittadini qualsiasi.

Ancora peggio, insomma, del solito, vecchio, e per nulla caro, “political correct” di matrice statunitense. Un nuovo feticcio al quale inchinarsi, persino più posticcio e dozzinale del precedente: il “politicant correct”.

Federico Zamboni

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