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Datagate. Un altro “peccatuccio veniale” per la superpotenza USA

Lo si sarebbe dovuto fare da chissà quanto tempo, e invece no. Lo si dovrebbe fare almeno adesso, di fronte a questo concentrato di ipocrisia e di arroganza che va sotto il nome di Datagate. E invece no, figurarsi.

Ancora una volta, le reazioni “sdegnate” nei confronti di Washington dureranno lo stretto indispensabile, per poi essere riassorbite nel copione consueto. Nel copione obbligato. Quello che si sdoppia continuamente tra ciò che accade davvero, nel segno del massimo cinismo, e ciò che si sostiene di voler comunque conseguire, all’insegna delle migliori intenzioni. Quello che sul piano pratico lega l’intero Occidente atlantista col medesimo filo verde del denaro, della finanza, del dollaro USA, ma che in astratto non smette di sbandierare i valori “universali” della libertà, sia politica che economica, pescando a piene mani nel suo collaudatissimo kit/repertorio/arsenale di motivazioni altisonanti. E puntando ad acquisire un alibi onnicomprensivo e permanente, necessario a far sì che il giudizio d’insieme rimanga sempre in sospeso o che addirittura sia cristallizzato, per quanto gravi possano essere gli avvenimenti che si susseguono, in un’assoluzione a priori, che tutto giustifica e tutto scusa.

Un trucco smaccato, ma purtroppo efficace. Dando per accertato e indiscutibile che gli Stati Uniti d’America siano “il Bene” che si contrappone al “Male” – sia del passato (fascismo, nazismo e comunismo) che del presente (integralismo islamico anti USA e socialismo bolivariano: ma l’elenco è, per definizione, aperto) – qualsiasi aspetto negativo viene derubricato automaticamente a incidente di percorso. O, ma proprio al massimo, a effetto collaterale di un meccanismo/progetto che complessivamente rimane larghissimamente positivo. Come si dice, «il migliore dei mondi possibili». E pazienza se si tratta, come potrebbe annotare un qualsiasi studentello di logica, di una petizione di principio: poiché l’assunto è che altri “mondi” non siano possibili, il modello liberista appare giocoforza “il migliore” all’interno del mondo odierno. Che è appunto plasmato, guarda caso, sui dettami e sui parametri del liberismo.

Fissato il criterio fondamentale, le applicazioni particolari diventano infinite. Quand’anche non vi sia la chance di appellarsi a un sedicente stato di necessità, come per le bombe atomiche sul Giappone e per qualsiasi altra azione bellica nell’ambito delle guerre preventive/umanitarie/inevitabili, ci si può sempre rifugiare nella categoria degli sbagli, involontari o tutt’al più colposi. Mentre gli stessi abusi, laddove risultino innegabili, vengono addebitati non già ai vizi intrinseci del sistema, accettando almeno l’ipotesi che vi sia una relazione di causa ed effetto tra certe premesse e certi esiti, bensì alla cattiva condotta di specifici individui o gruppi di persone.

La stessa dinamica, appunto, che si sta sviluppando rispetto al Datagate: nonostante la vicenda coinvolga i vertici del governo statunitense, a cominciare dal presidente Obama, non la si ritiene affatto una dimostrazione palese del modo in cui gli USA concepiscono sé stessi e i loro rapporti con le altre nazioni, quand’anche “alleate”. Neanche per idea: l’accusa che si formula è quella della scorrettezza, più o meno grave ma tutto sommato perdonabile. Una sorta di sgarberia occasionale tra soci del medesimo club, che sarebbe stato meglio evitare (e mi raccomando, Barack-my-friend, non riprovarci di nuovo che un po’ li irriti e un po’, anzi soprattutto, li metti in imbarazzo con i rispettivi connazionali) ma che potrà essere dimenticata con un mazzetto di scuse e con l’impegno di comportarsi meglio in futuro.  

Come ha sintetizzato efficacemente ieri Alessia Lai, «piccole spiate tra amici». E dunque nulla, proprio nulla, che debba portare a concludere in via definitiva, e con una condanna senza appello, il processo a carico degli USA. Anche perché, in effetti, da parte dei fantocci che governano gli Stati dell’Unione Europea quel processo non si è mai avuto il coraggio di cominciare a istruirlo.

Federico Zamboni

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