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Il popolo tunisino disinnesca le bombe mediatiche di Al Jazeera

Se la “primavera araba” ha permesso l’uscita allo scoperto di questi gruppi terroristici d'ispirazione salafita in realtà legati a doppio filo con gli islamici al governo, è anche per colpa dell'emittente televisiva qatariota.

 

La Tunisia è di nuovo al centro degli stravolgimenti geopolitici del Nordafrica. L’uccisione di sette agenti della polizia da parte di un gruppo terroristico tunisino ha ancora una volta smascherato i tragici sviluppi causati dalla “primavera araba”. La rivoluzione di gennaio del 2011, seguita dalla resa di Zine El-Abidine Ben Ali, ha sancito la vittoria alle elezioni di ottobre del “Movimento della rinascita” (Ennahda in lingua araba), il partito islamico ostracizzato dall’ex presidente per le sue tendenze integraliste ed estremiste nel 1989, è stato poi legalizzato dal nuovo governo di unione nazionale all’indomani della rivolta popolare. L’ingresso di Ennahda nell’agone parlamentare ha tuttavia scatenato una vera e propria diaspora di militanti integralisti che hanno visto nella partecipazione del partito del padre spirituale del movimento Rachid Ghannouchi, alla vita democratica tunisina un tradimento. 

Un’ala intransigente, ultra-confessionale e d’ispirazione salafita (il Jihad come modello sociale e politico fondato sull’Islam e sulla sharia), che con il lassismo delle istituzioni e il permissivismo di Ennhada, si è riunita intorno al partito Ansar al Sharia, un movimento fuori legge anche se tollerato, che da due anni manifesta la sua volontà di distruggere il patrimonio laico della Tunisia (il suo capo Khatib al Idrissy è stato catturato ieri, mentre l’ideologo Abou Iyed è latitante dal settembre dello scorso anno). Lo stesso movimento che pochi giorni fa è stato incriminato per l’omicidio dei sette agenti, i quali sono stati ricordati giovedì durante i funerali a Sidi Ali Ben Aoun, città di cui erano originarie le vittime.

Una giornata sintomatica, il riflesso di una nazione instabile, caotica, senza orizzonti. La partecipazione ai funerali è stata imponente, tuttavia i momenti di tensione sono stati segnalati nelle città di Kasserine e Kef dove è stata incendiata la sede del partito islamista Ennahda. Migliaia di studenti degli istituti superiori e delle università sono scesi in piazza per protestare contro il massacro degli agenti, paralizzando di fatto l’istruzione in tutto il Paese. In molte città gli studenti liceali hanno guidato marce di protesta, mentre all'università di La Manouba ci sono stati violenti scontri tra studenti laici e seguaci della corrente salafita.

C’è un fatto ancora più importante ed emblematico. Una troupe dell’emittente televisiva panaraba Al Jazeera si era recata a piazza della Kasbah, per un reportage sul sit in anti-governativo. Appena avvistati dai manifestanti, i giornalisti e gli operatori sono stati costretti ad allontanarsi dal corteo al grido “andate via” e “Al Jazeera torna a casa tua”. Da mesi ormai la televisione è nel mirino delle opposizioni, rea di aver manipolato filmati di eventi organizzati dalle opposizioni, per favorire la coalizione di maggioranza diretta da Ennahda.

Se la “primavera araba” ha permesso l’uscita allo scoperto di questi gruppi terroristici in realtà legati a doppio filo con gli islamici, è anche per colpa di Al Jazeera. Nata negli Novanta dall’idea di due personalità franco-israeliane, i fratelli David e Jean Frydman, dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, con l’obiettivo di costruire un canale nel quale i popoli arabi e quello israeliano avrebbero potuto discutere liberamente e conoscersi, l’emittente  televisiva qatariota si è lentamente trasformata in una macchina da guerra mediatica. Il culmine della manipolazione dell’informazione da parte di Al Jazeera è avvenuto proprio nel 2011 quando ci furono i primi sollevamenti popolari in Nordafrica e nel Vicino Oriente (dal Marocco alla Libia passando per la Siria e appunto la Tunisia). In quel frangente non solo oscurarono le rivolte interne alla penisola arabica (come quella del Bahrein) ma manifestarono una linea editoriale favorevole alla strategia occidentale nella regione (soprattutto prima che ci fosse l’intervento militare in Libia).

Sebastiano Caputo

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