Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

PIL in concerto: 27 ottobre a Roma, Atlantico

La forza dell’irriverenza sta nella perseveranza di un’(anti)ideologia coerente e di una ratio critica che non conoscono concessioni al tempo, ai modi, alle persone. È per questo che non ci si può semplicemente svegliare un bel giorno e pensare che un guizzo di salacità o acutezza ben piazzato abbia, in qualche modo, garantito a chicchessia il “personaggio” o una pensione agiata.

John Lydon è un uomo che fin bambino ha misurato la terra e ha scoperto quanto è bassa. Non fossero sufficienti le situazioni di indigenza familiare e una devastante forma di meningite contratta in tenera età, il suo percorso esistenziale è stato spesso segnato da episodi in grado di buttar giù una torre. E invece, come ha mirabilmente  raccontato nell’autobiografia No Irish, no blacks, no dogs (un vero e proprio “testo sacro”), la sua reazione nei confronti dei brutti accadimenti e delle storture morali è stata sempre convinta, decisa. E creativa. Sì, perché per quanto sia impossibile stabilire con certezza invenzioni e appropriazioni nell’epifania della scena punk britannica e mondiale, il ruolo giocato da questo ormai cinquantasettenne londinese è stato decisivo. Fin da quando, t-shirt strappate, capelli verdi e velenosissima lingua, cominciò a gravitare nell’orbita di Sex, dove quel malefico pigmalione di Malcom McLaren ebbe l’ intuizione di trasformarlo, proprio lui che sembrava stonato come una campana!, nel frontman di una band che, nel giro di pochi mesi, sarebbe divenuta tra le più importanti e rivoluzionarie della storia.

E da quella prima audizione effettuata con il supporto non già di un accompagnamento musicale ma di un jukebox (!), di acqua sotto i ponti ne è passata, un vero maremoto. Johnny “Rotten” è stato uno dei protagonisti più celebrati di un’epopea veloce e picaresca che ha scosso dalle fondamenta il rock’n’roll e il bizenis  a sette note. Indisponente, ipnotico, perfetto nelle movenze spastiche sul palco quanto nella stesura di liriche tra le più scorrette che si ricordino, John Lydon ha cavalcato l’onda impazzita dei Sex Pistols, sopravvivendo ad aggressioni, isolazionismo e, soprattutto, ad una leggenda che già il giorno dopo la sua uscita dalla band avrebbe schiacciato chiunque. E invece pochi mesi dopo, e in mezzo allo scetticismo generale, eccolo di nuovo in pista con i Public Image Limitated, affiancato dal manesco Wobble al basso e dall’ex terzo chitarrista dei Clash Keith Levene.

 

Gruppo strano, i P.I.L.. Di quelli che fanno girare la testa a critici e giornalisti, improvvisamente a corto di etichette e paroline perimetranti. Di quelli che disorientano il pubblico, a dir poco interdetto nell’ascoltare la nuova creatura dell’antibaronetto. Il punk fracassone e sloganistico delle Pistole Sexy? Un pallido ricordo: già in First Issue, infatti, la miscela esplosiva di reggae “stiracchiato”, hardcore e incursioni world music sembrano provenire da un altro universo. E poi c’è il cantato, angoscioso e angosciante, intriso di un esistenzialismo “nero”, feroce, che, al di là della parentela timbrica, sembra non aver niente a che spartire con i tracciati vocali alla fin fine convenzionali e caciaroni di una Pretty Vacant o di una God Save The Queen.

Nonostante ciò, comunque, i risultati sono lusinghieri fin da subito, con un singolo nella Top Ten inglese e il consenso entusiasta dell’intellighenzia “culturale”. Che si innamora decisamente e definitivamente della nuova creatura di Lydon dopo l’uscita dei due successivi lavori in studio. In effetti, il doppio Metal Box (poi ribattezzato Second Edition) e l’abrasivo Flowers of Romance costituiscono ancora oggi non soltanto il vertice creativo dei P.I.L., ma delle vere e proprie pietre di paragone con le quali migliaia di band hanno dovuto fare (e continuano a fare) i conti negli ultimi trent’anni.

Nei solchi di questi dischi la ricetta del “Marcio” e dei suoi sodali diventa “da tre stelle Michelin”, con una formula basata sull’ossessione ritmica dei brani e su una persistente, disturbante varietà stilistica in mezzo alla quale vanno ad insinuarsi i singulti del cantante-liricista, che dimostra di aver trasformato l’imberbe “strillone” di Nevermind the bollocks in un apocalittico mastro cerimoniere. Cupissime atmosfere dark ammorbate dal dub (Metal Box) e una pletora di strumenti esotici completamente decontestualizzati e triturati in salsa elettronica e post-punk (Flowers of romance) fanno a brandelli l’orecchio e il cuore dell’ascoltatore, creando una trama sonora che indulge – sadicamente, verrebbe da dire – nella disarticolazione di se stessa fino a far “scoppiare” la canzone e originare un nuovo, accidentato percorso d’ascolto.

Qualche anno dopo, con una strana incursione nel mondo della disco (This Is Not a Love Song) e con un album, intitolato, appunto, Album e ricco di ospiti fuoriclasse (Ginger Baker, Steve Vai, Ryuichi Sakamoto, Ravi Shankar), per i P.I.L. arriva anche il pieno successo commerciale. Secondo molti, però, la parabola creativa del gruppo si è inevitabilmente indirizzata verso il basso. Colpa, forse, anche del pieno avvento degli anni Ottanta e della loro dimensione “patinata” ed edonista, sicuramente non il contesto d’azione migliore per un carattere forte e per una lingua tagliente come quella di John Lydon, che dopo un altro paio di album, con That What is Not del 1991 decide di chiudere i battenti, arrabbiato come sempre con tutto e tutti (in particolar modo con l’industria discografica), ma anche, bisogna dirlo, decisamente meno ispirato rispetto agli antichi fasti.

 

Poi, nel 2009, ecco la sorpresa: Il “Marcio” decide di riportare in pista la sua creatura prediletta dopo venti lunghi anni. Prima in concerto e poi anche in studio. This Is Pil, uscito nel 2012, riceve accoglienze contrastanti, anche se quasi tutti gli addetti ai lavori sembrano concordi nell’affermare che la voce del nostro è rimasta graffiante e immediatamente riconoscibile, così come la capacità di urlare in faccia al prossimo tutto il suo sdegno.

Lydon ce l’ha ancora col mondo e con la corona d’Inghilterra in particolare. Lydon è ancora un tornado di verbalità e fisicità in grado di sradicare le coscienze. Lydon è ancora, soprattutto, uno dei personaggi più genuinamente arrabbiati tra quelli che calcano le scene ai giorni nostri.

Ecco perché, sabato 26 a Bologna o domenica 27 a Roma, c’è da non perdere l’occasione di vederlo dal vivo. Nella capitale, in particolare, l’appuntamento è all’Atlantico (via dell’Oceano Atlantico 271/d). Alle 21 e 30, con apertura cancelli alle 19, questo fantastico signore sbucherà sul palco e, vedrete, sarà pronto, prontissimo a stupirvi ancora.

Are you ready?

Domenico “John P.I.L.” Paris

I nostri Editori

Tanto stupore per poco. Gesti "normali" in un mondo ormai "anormale"

Datagate: Schulz, stop su libero scambio