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Netanyahu si piega agli ultra-sionisti di “focolare ebraico”. Liberazione di prigionieri in cambio di nuove colonie

Liberazione di prigionieri palestinesi in cambio di nuove colonie. È questa la decisione presa dal governo di Benjamin Netanyahu attualmente formato da ministri appartenenti a 5 diversi partiti: dai sionisti conservatori del suo partito Likud e dagli ultranazionalisti religiosi di HaBayit HaYehud, passando per i laici centristi diYesh Atid e per i progressisti di centro-sinistra di HaTnuah fino ai sionisti laici nazionalisti di Israel Beytenu. La Knesset ha annunciato domenica sera la liberazione di 26 detenuti che, secondo un comunicato ufficiale, si sarebbero macchiati di crimini terroristici prima degli accordi di Oslo del 1993 fra Israele e l’Olp. Si tratta in realtà del secondo scaglione dei quattro totali previsti la scorsa estate, di fatto, in tutto riacquisteranno la libertà 104 reclusi palestinesi.

Tuttavia, forte dei suoi seggi (12 su 120) e della sua partecipazione al governo, Netanyahu ha dovuto confrontarsi con l’opposizione del partito nazionalista “Focolare ebraico” (in ebraico, HaBayit HaYehud). Per mantenere la sua promessa in vista dei falsi negoziati di pace e far fronte alle proteste dell’estrema destra sionista Bibi ha dovuto accontentare tutti. I prigionieri palestinesi (gli altri 52) saranno liberati, in compenso la Knesset ha garantito il rilancio di nuovi progetti edilizi ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Annunci in tal senso ancora non sono giunti, ma secondo il quotidiano Maariv il governo israeliano si accinge a pubblicare appalti per la costruzione di 1.500 alloggi nel rione di Ramat Shlomo (quartiere situato su una collina al nord di Gerusalemme) e altri 200 alloggi in Cisgiordania.

Tale iniziativa non stupisce affatto. Sono anni che prosegue senza sosta l’incremento d’insediamenti israeliani all’interno dei territori occupati della West Bank (Cisgiordania). Secondo gli ultimi dati raccolti dalla Ong israeliana, Peace Now, ci sarebbe stato un aumento del 70 per cento rispetto allo scorso anno. I numeri che emergono dal rapporto sono impressionanti: si parla di almeno 1.708 nuove abitazioni costruite tra gennaio e giugno, di cui l’86 per cento in aree in cui non sono richiesti bandi di gara, in una delle zone a più alta densità abitativa del mondo. Insediamenti letteralmente “illegali” poiché violano l’articolo 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra secondo cui “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”.

La Cisgiordania è infatti, secondo gli accordi di Oslo, divisa in 3 zone: A, B, C. Accordi, ricordati come una tappa cruciale nel processo di pace ma che in realtà sancirono la resa del popolo palestinese. Gli obiettivi raggiunti da Arafat e Rabin spaccarono e organizzarono il territorio della West Bank (Cisgiordania) nella maniera seguente: l’area A, a controllo e amministrazione palestinese. L’area B a controllo militare israeliano ma con amministrazione palestinese. Ed infine l’aerea C, a controllo e amministrazione israeliana. Inutile dire che l’area A è la più piccola della tre, con appena il 17% di porzione di territorio. Cosa più importante però è che le campagne e le strade tra una città ed un’altra sono zone C, perciò controllate amministrativamente e militarmente dagli Israeliani, di fatto le zone palestinesi sono ghettizzate (per passare da una zona A ad una zona B ad esempio o da un villaggio all’altro della zona A bisogna passare dalla zona C), e il più delle volte circondate da mura di cemento. La colonizzazione dell'intero territorio attraverso la costruzioni di nuove case nelle zone A. Gli insediamenti sono silenziosi, passano inosservati, permettono di popolare aree abitate maggiormente da palestinesi. La guerra totale di Israele contro gli Stati arabi non ha più senso dal momento che allo Knesset tutto è permesso, persino violare il diritto internazionale

Sebastiano Caputo

 

 

 

 

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