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Ricordando Lou Reed, “eroe” dell’arte che non consola

Lou Reed è morto ieri a 71 anni. Lo ricordiamo attraverso un articolo di Federico Zamboni su quello che è stato il suo ultimo album, Lulu (2011), realizzato insieme ai Metallica. Un epilogo, ovviamente imprevisto, nel segno dello stesso coraggio/azzardo creativo che lo ha accompagnato fin dall’inizio, rendendo la “bellezza” una scoperta quasi casuale, lungo esplorazioni in cerca dell’ignoto. Un atteggiamento da artista autentico, anche quando la sua arte ci rimanga estranea.

 

Lou Reed & Metallica – “Lulu”

Troppe aspettative. Decisamente troppe. Lou Reed e i Metallica che si uniscono per un progetto comune. Obbligati dalla propria fama a tirare fuori qualcosa di memorabile. Ostacolati dalla miriade di differenze che li distinguono – che li separano – l’uno dagli altri.

Lou il newyorchese. I Metallica di San Francisco. Lou che ha quasi settant’anni. I Metallica che ne hanno venti di meno. Lou che ama sperimentare, sul filo di un’inquietudine che nasce selvaggia ma che ha bisogno di rispecchiarsi in avventure cerebrali. I Metallica che sono pura vitalità, peraltro assai prosciugata dall’accumularsi del tempo, e forse anche degli agi, e che non hanno mai avuto nessun altro criterio di valutazione che non sia quello più immediato: mi piace, non mi piace. Mi piace, non chiedetemi perché. Non mi piace, non chiedetemi perché.

Lo stesso approccio dei loro fan, del resto. Non vogliono chiarire i motivi della loro passione. Vogliono solo viverla, se c’è. La critica distilla ragionamenti, essendo tenuta a farlo per lavoro. La critica si presenta in aula ed è tenuta a parlare. Un po’ testimone e un po’ giudice. Un po’ inquisitore, nell’ambizione di determinare l’esito della sentenza, e un po’ inquisito, nel dovere di spiegare che cosa è stato fatto e non fatto, sulla scena del crimine. I fan rimangono fuori, o tutt’al più si accomodano in mezzo al pubblico. Non godono dei privilegi di chi vedrà le sue dichiarazioni messe agli atti. Sono sollevati dagli oneri. Ci piace, non chiedeteci perché. Non ci piace, non chiedeteci perché.

Lou Reed e i Metallica che si avvicinano un po’ per volta. Che si sono incontrati per caso nell’ottobre 2009 al Madison Square Garden di New York, durante la cerimonia-show per il 25esimo anniversario della Rock And Roll Hall of Fame, e che si sono piaciuti. Sono tutti abbastanza adulti, o invecchiati, da essere tenuti a sapere che la simpatia personale e la compatibilità artistica non vanno confusi. Chissà se lo avranno capito davvero. Chissà se manterranno la lucidità necessaria a ricordarsene, e la fermezza che serve ad agire di conseguenza. Mettere mano a un disco non è come andarsene a fare un viaggetto insieme. La cordialità spinge a essere accomodanti. La ricerca artistica dovrebbe indurre a essere sempre rigorosi.

Lou Reed e i Metallica che non resistono alla tentazione. Lou ha in mente un’operazione precisa, o se non altro un esperimento di cui ha ben chiari i punti di partenza, e i Metallica rientrano nei suoi piani. O forse nel suo cast. Loro sono lusingati dalla proposta: essere i re di una vasta porzione dell’Impero Metal li ha resi ricchi e potenti, ma senza accreditarli di un lignaggio superiore. Lou Reed viene da Atlantide. Loro dalla Cimmeria. Lou Reed appartiene al Gotha del rock intellettuale. Loro no. Lou Reed è circonfuso da un’aura immateriale e invincibile, che sopravvive a qualunque sconfitta in una singola battaglia. Loro sono avvolti da corazze poderose ma ingombranti, che scintillano come l’argento e che però non sono altro che ferro, o al massimo acciaio, e che li identificano al colpo d’occhio per i rozzi guerrieri che sono.

Le notizie cominciano a filtrare. Prima molto vaghe, poi più esplicite. Infine, nel giugno scorso, diventano roboanti. Reed parla di «un matrimonio in paradiso». E ribadisce il concetto, o l’innamoramento: «Ho pensato: “Mio Dio, è perfezione, quella che ho davanti agli occhi?”». Lars Ulrich, batterista e cofondatore dei Metallica, gli affianca il suo peana: «Non c’è nulla che ci abbia mai fatto sentire così liberi. Non c'era nulla, in studio, che potesse far pensare ad una linea di demarcazione tra ciò che avremmo e non avremmo potuto fare. Non ci siamo chiesti per un solo attimo “Mio Dio, e se dovessimo finire a fare questa roba, cosa potrebbe succedere?”».

Le aspettative, specie degli addetti ai lavori, che prendono a dilatarsi. Che si intrecciano al filo (spinato) di un certo scetticismo. Che diventano le due facce di una stessa medaglia. Di una stessa moneta che comincia a girare su se stessa e che solo alla fine svelerà il suo verdetto. Testa: un capolavoro. Croce: un fallimento. Il dubbio, alquanto fondato, è che non esista calore al mondo capace di unire quei due metalli così diversi in un vero e proprio amalgama. Non basta saldare i pezzi preesistenti. L’argento lunare di Lou. Il ferro tellurico di Lars Ulrich e di James Hetfield, e di Kirk Hammett, e di Robert Trujillo.

Il dubbio permane, di fronte al risultato finale. L’album si intitola Lulu ed è doppio, ma con solo dieci brani. Quasi un’ora e mezza di musica, e di testi, che con l’eccezione di un paio di episodi si snoda in pezzi al di sopra dei cinque minuti, fino alla chiusura esorbitante di Junior Dad che supera i diciannove. La notissima vicenda della femme fatale che finisce travolta dalla sua stessa sensualità (un fuoco che attrae, un fuoco che consuma), tratta dal celeberrimo dittico teatrale di Frank Wedekind, rivive attraverso il contrasto tra la voce inesorabile di Lou e il fragore incontenibile dei Metallica.

Restarne disorientati è facile, specie se non si è abbastanza evoluti da considerarla un’esperienza da attraversare, anziché un approdo da raggiungere – e di cui dilettarsi. Lo sconcerto, e la delusione, di gran parte dei recensori – nonché le scarsissime vendite nei primi giorni dopo l’uscita del disco – si spiegano così: troppa urgenza di verificare le premesse (le aspettative) per riuscire ad aprirsi. E per riuscire a comprendere, o anche solo a ipotizzare, che quanto risulta stridente, contraddittorio, incompiuto, lo è per una scelta deliberata.

Lulù non è un’accattivante eroina, come la Valentina di Guido Crepax che replicava le fattezze di quella Louise Brooks che nel 1929 interpretò il personaggio nella trasposizione cinematografica di Georg Wilhelm Pabst. Lulù è la tragedia della bellezza fisica che diverge da quella interiore. L’estetica, o l’esteriorità, che sfida il destino e ne esce schiantata. Lulù è la scissione. Credi di aggiungere e invece stai togliendo. Stai uccidendo.

Lulù. Lou-Lou.

Federico Zamboni

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