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Darkness - 2 novembre 2013 - Roma Orion Club

C’era una volta il rock carnovalesco, con la sua anima pura, o persino sempliciotta. E i suoi lazzi da "basso” teatro, così amati dalla gente, che riponeva nei meravigliosi saltimbanchi in azione sulla scena tutta la speranza di godere e abbandonarsi. 

Vero, come cantava Dylan, The times, they’re a changing, e forse qualche nobile parola sulle sorti dell’umana progenie bisognava pure che qualcuno la spendesse… Però, in fondo in fondo, non si stava niente male con quei formidabili perfomer in grado di piroettare qua e là davanti agli occhi senza pretendere di insegnarti nulla che non fosse scoperto, squisito, scatenato entertaining. E che dire di quella fantastica esagerazione spiattellata in faccia come una cura lenitiva dal basto asinino di certo tran-tran quotidiano, interiore e/o lavorativo?

Eh già, tempi di eroi “fumettati”, di chitarre ruffiane e gracchianti, di show ad alto contenuto di decibel e malizia. Quelli alla fine dei quali sei sudato, quelli alla fine dei quali - anche se la tua parte più seria riesce ancora a provare un pizzico di vergogna ingenerata dall’adultitudine - hai vuotato completamente il sacco e ti senti libero, depurato…

Per fortuna, come la storia, anche la storia della musica ha i suoi cicli. E così, quando sei ormai certo che determinate “chicche” non potrai ascoltarle più o che, peggio!, i tiranni del cantautorato impegnato (ma delle chitarre miserevoli) o gli esegeti del retto suonare abbiano definitivamente imposto il loro diktat serio e draconiano, tacchete!, ecco che di nuovo salta fuori qualche pazzerellone in grado di prendere -con rispetto parlando - a calci in culo “le bombe proletarie” o i quarantadue anni di conservatorio.

Quando nel 2003, i Darkness dei fratelli Hawkins infestarono l’etere britannico (e non solo) con il tamarrissimo gioiello hard I believe in a thing called love o con la ruffiana power ballad Christmas Time (Don’t let the bells end), i soloni musicali sulle due sponde dell’Atlantico ebbero naturalmente assai da dire. 

Le solite cose, va da sé. “Ma questa è musica già sentita e risentita dai T-Rex in poi!”, “E basta con questi testi privi di spessore sociale!”, “Ne abbiamo le scatole piene dell’ennesima band che fa il verso agli Acdc!”, “Ma come si possono indossare certe cose sul palco nel 2003?!”, e via discorrendo.

Intanto, Permission to Land , l’album di debutto, s’erpicava sulle balze delle charts inglesi fino a piantare la propria bandiera proprio lì, in cima alla montagna, sul cocuzzulo del numero uno dove tutti sognano di arrivare. Fonti accreditate dicono che il full lenght dei quattro giovanotti abbia venduto milioni di copie in giro per il mondo, di sicuro più di un milione e mezzo nella sola Gran Bretagna. Cifre da capogiro, soprattutto in un periodo di “magra” discografica come l’inizio degli anni 2.0, in cui internet cominciava a mettere radici nelle case delle persone, sconvolgendo e inesorabilmente distruggendo un’industria (quella della musica) che non si sarebbe più ripresa. 

I ritmi del successo, si sa, impongono che a un esordio fortunato, faccia seguito un tour di supporto assolutamente estenuante, nonché un follow up in studio quanto più rapido possibile. 

I Darkness non si sottrassero al loro destino, sbattendosi come forsennati in giro per il mondo, con le loro tutine strette e le loro chitarre così smaccatamente loud. La voce falsettata di Justin Hawkins diventò presto un amatissimo “marchio di fabbrica” del periodo, mettendo radici nelle orecchie dei rockers di tutti e cinque i continenti. 

Il problema, e se ne erano accorti in pochi, fu che lo scatenato cantante-chitarrista non riusciva a gestire l’improvvisa notorietà che gli era piombata addosso. Pare che il suo naso si fosse trasformato in una specie di inarrestabile Hoover e che migliaia e migliaia di sterline scomparissero dal suo conto corrente per passare su quelli dei migliori dealers di Sua Maestà la Regina. Comunque lo show doveva andare avanti e così alla fine del 2005 vide la luce One way ticket to Hell…And back. Al basso non c’era più Frankie Poullain, segno che qualche altra cosa stava scricchiolando all’interno della new sensation dell’hard rock inglese, ma il sound si era mantenuto ottimo, perfettamente in linea con quello degli esordi. 

La band dovette avventurarsi subito in un nuovo tour mondiale e garantire, una sera dopo l’altra, quegli standard di professionalità, intensità e follia che si richiedono a chi ha fatto il proprio ingresso nello showbiz cavalcando direttamente l’onda del successo. E… alla fine il giocattolo si ruppe: il “vizietto polveroso” di Justin si era infatti trasformato in un problema non più controllabile e, già alla fine dell’estate 2006, costrinse il frontman (dopo mille illazioni scandalistiche e altrettante preoccupate smentite da parte del management e degli altri componenti del gruppo) a lasciare il gruppo. Ovviamente, per quanto a qualcuno venisse in mente per un certo periodo di trascinare avanti il “cadavere” dell’Oscurità reclutando altra gente, fu la fine. 

Per i quattro componenti della band, seguì un lustro di progetti estemporanei e neanche minimamente all’altezza della stella dei Darkness, fino a quando, dopo la classica girandola di smentite per surriscaldare l’animo dei fans e dei media, i nostri (di nuovo con Frankie Poullain al basso), risolti acrimonie e problemi personali, decisero di ritrovarsi e far ripartire il fortunato progetto. Un singolo in download gratuito (chiamato “naturalmente” Nothing’s gonna stop us), una affascinante esperienza come opening act per il carrozzone live di Lady Gaga e, nell’agosto 2012, una nuova release in studio, Hot Cakes, restituirono completamente al mondo una delle realtà più rumorose ed eccitanti del decennio precedente.

 

Sabato 2 alle 21, presso l’Orion Club di Ciampino (viale Kennedy, 52), è prevista la loro seconda tappa italiana dopo quelle di Milano (1 novembre) e Bologna (3 novembre). Se siete stufi marci della pletora di rockstar convertite alla predica sociale e quello che veramente desiderate da una serata di musica è divertirvi, divertirvi, divertirvi, date retta: non lasciateveli scappare. 

Justin Hawkins si è fatto crescere i baffetti ed è diventato, come era inevitabile per uno che si è dovuto “recuperare”come lui, vegano e un po’ più salutista, ma - fidatevi di chi li ha visti al Gods of Metal dello scorso anno - sopra lo stage è la solita scheggia impazzita. Lo vedrete probabilmente avvolto in qualcuna delle sue sgargianti tutine glammy, mentre, ugola spiegata, farà esplodere le pareti del locale, prima di imbracciare la chitarra per uno dei suoi famigerati e velocissimi assolo “itineranti” in mezzo al pubblico, mentre i suoi tre compari gli reggeranno il gioco con una mistura terribilmente potente di sano, vecchio, sporco, incrollabile rock’n’roll.

E un vero amante della nostra musica che cosa potrebbe chiedere di più e di meglio a un sabato sera? Dai, cominciate a scaldare le valvole.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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