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Mujica. Molto più di un “buon selvaggio” for President

Basterebbero solo i risultati di alcune delle Misiones volute a suo tempo da Hugo Chávez a far definire il leader delle rivoluzione bolivariana, morto lo scorso 5 marzo, come “il presidente migliore del mondo”. Ma i maître à penser del mondo che conta, i pretoriani del politically correct tutto occidente e democrazia, basano i loro giudizi su altri risultati e caratteristiche: l’affabilità, la bellezza fisica, la simpatia, le gradazioni di colore della pelle, così come esperienze più o meno massicce nel campo dell’omosessualità o del consumo di droghe – tutto in età giovanile ovviamente, prima di diventare degli assennati, ma liberal, amministratori. 

Certo, l’odierna America Latina dal volto trasformato, bagnata con diversa intensità dall’onda del socialismo del XXI secolo non si può ignorare. Che fare allora? Guardare senza pregiudizi ai progressi venezuelani? Al recupero della sovranità argentina o alla crescita brasiliana? Ai cambiamenti in Ecuador e Bolivia? Meglio sorvolare. L’alternativa è quella di puntare i riflettori su uno dei Paesi più piccoli del Cono sud, di certo tra i meno influenti a livello di politica latinoamericana ma con un indiscutibile fascino che colpisce la fantasia degli allineatissimi e modernissimi commentatori di casa nostra: l’Uruguay del presidente José “Pepe” Mujica.

Perché se non interessa a nessuno che in Uruguay, proseguendo la serie positiva inanellata dai governi del Frente Amplio, si registrano sempre meno poveri tra i poco più di tre milioni di abitanti e dati economici lusinghieri, a scatenare l’ammirazione sono le iniziative di Mujica che più si avvicinano alle priorità  che agitano i democratici governi occidentali, cioè i matrimoni omosessuali e l’adozione da parte di coppie gay. Mujica ci aggiunge pure la legalizzazione dell’aborto (che nella loro visione avvicina quindi Montevideo ai nostri civilissimi paesi). E, addirittura, la legalizzazione della vendita della marijuana, un traguardo che certi politici nostrani avrebbero agognato forse negli anni dell’università, ma che oggi resta il sogno irrealizzato di pochi irriducibili del “cannone libero”.

Se ci aggiungiamo la vita morigerata di “Pepe”, che dà in beneficenza il 90% dell’appannaggio presidenziale e vive nella sua sgangherata fattoria nella periferia della capitale, il quadretto è completo. Il caso mediatico è creato: l’ex guerrigliero, ferito in battaglia, prigioniero della dittatura per 12 anni, che arriva a guidare il suo Paese. Il radical chic medio si crogiola in questo sogno realizzato, da altri ovviamente, il cui fascino risiede nella evoluzione da guerrigliero Tupamaros a garante del diritto al matrimonio omosex.

Quel che sta nel mezzo desta meno interesse. Come pure le caratteristiche dell’Uruguay, un paese che già prima dell’arrivo di Mujica è stato sempre più di un passo avanti degli altri paesi latinoamericani nel campo dei diritti civili. Quella occidentale è un’ammirazione per un essere in via d’estinzione, se non unico esemplare al mondo, che sa di fascinazione per il “buon selvaggio” in versione presidenziale. Tutto si ferma lì, alla superficie di Mujica, ai tratti più “folk” del suo personaggio.

 

Il suo messaggio più importante, una pietra scagliata davanti alla platea Onu contro il meccanismo del produci-consuma-crepa, è un aspetto secondario nel tratteggio delle caratteristiche che agli occhi dei commentatori fanno di “Pepe” «il presidente migliore del mondo» (secondo la rivista britannica Monocole).

Eppure dal suo insediamento c’è stato un buon sviluppo dell’economia, si registra una ricchezza al livello più alto della storia uruguayana col pil a 15mila dollari procapite, e la crescita reale dei salari e delle pensioni. Sempre più persone ricevono assistenza sociale e questi aiuti sono sempre più efficienti. Oggi si registra inoltre il più alto numero di occupati in rapporto alle persone in età lavorativa. Lo scorso anno il tasso di disoccupazione era poco più del 6%. C’è però molta offerta di posti ma poca gente qualificata adatta a ricoprirli, in poche parole sono offerti impieghi che richiedono più competenze di quelle che ha la gran parte dei disoccupati. Qui si inserisce uno dei problemi contestati a Mujica dall’opposizione, e cioè la bassa qualità del sistema scolastico. Ai primi di agosto il suo governo ha però annunciato una serie di tagli alle spese di funzionamento dei ministeri che permetteranno di destinare nel 2014 più fondi al settore universitario.

Nella celebrazione di Mujica e dei suoi provvedimenti su aborto, unioni omosessuali e marijuana libera, un articolo di poco tempo fa comparso su Repubblica.it, per cercare di meglio esaltare la figura del presidente «più povero del mondo» (stavolta secondo Le Monde) lo ha contrapposto al «populismo alla Chávez e alla demagogia della Kirchner». È forse troppo per cotanti commentatori ammettere che a paesi diversi, con dimensioni e storie differenti, corrispondono necessariamente sistemi politici diversi. Soprattutto non si ammette che senza la rivoluzione bolivariana, iniziata nel 1999 con la prima elezione di Chávez in Venezuela, con ogni probabilità non ci sarebbe stato un Mujica nel 2010, e l’Uruguay avrebbe avuto magari sempre un presidente del Frente Amplio, ma più simile al socialista filo-Usa Tabaré Vazquez (il predecessore di Mujica) che ad un ex tupamaro.

Dalle nostre parti insomma si usa Mujica per attaccare i presidenti socialisti latinoamericani poco amati dall’occidente senza però andare a documentarsi sulle relazioni tra Montevideo e il resto dell’America Latina. Argentina e Brasile sono i due principali partner economici dell’Uruguay, tutti e tre sono membri del Mercosur assieme al Paraguay e al Venezuela. Il  miglioramento delle relazioni tra Uruguay e Argentina, ad esempio, è fortemente perseguito tra alti e bassi da Mujica, specie sulla questione dell’inquinamento causato delle cartiere sul rio Uruguay che per anni ha contrapposto i due governi, e per questa ragione egli riceve forti critiche dall’opposizione di centrodestra che lo accusa di essere troppo morbido con Buenos Aires.

A fine agosto il presidente uruguayano, alla presenza di Cristina Kirchner ha inaugurato un impianto di desolforazione nella raffineria di La Teja, che permetterà di ottimizzare la qualità del combustibile venduto dall’impresa di Stato e di migliorare la qualità ambientale. Il personale tecnico che ha realizzato l’impianto è stato messo a disposizione da Buenos Aires, mentre il contributo economico per la realizzazione fu deciso tempo fa dal presidente venezuelano Hugo Chávez, che Mujica ha voluto ricordare nel discorso di inaugurazione. Una dimostrazione del legame tra Uruguay e Venezuela che, tra l’altro, è stato duramente contestato dall’opposizione uruguayana in occasione del voto favorevole di “Pepe” all’ingresso di Caracas nel Mercosur.

 

Per gli analisti nostrani, però, l’importante è continuare a dipingere il presidente uruguayano come un omino illuminato, tutto “peace and love”, gay friendly e sballo libero.

In realtà a Montevideo le unioni civili di coppie omosessuali sono state riconosciute nel 2007, e nel 2009 sono state autorizzate le adozioni. Mujica, arrivato al potere solo nel 2010, ha fatto un ulteriore passo facendo approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma non ha certo imposto una svolta rivoluzionaria. Si può discutere della decisione di rendere legale l’aborto, entro la 12esima settimana, in un’America Latina che, a parte Cuba, giudica l’argomento un tabù. L’uso della marijuana era anch’esso legale già prima che Mujica si insediasse, non lo era però il commercio. Chiaramente quello di fare dello Stato un fornitore, seppure di droghe leggere, è un passo radicale (che probabilmente si concretizzerà in Palamento entro novembre) ma non è certo dettato da una cultura antiproibizionista, quanto dalla volontà di stroncare il narcotraffico che sta rendendo il Paese sempre più insicuro.

Uno dei limiti infatti riconosciuto alla presidenza di Mujica è quello di non essere ancora riuscito a migliorare la sicurezza, un problema diffuso in tutta l’America Latina. L’insicurezza è un sentimento diffuso, legato in particolar modo proprio al narcotraffico che si è insediato nel piccolo Paese per usarlo come base per l’esportazione di droghe verso l’Europa. L’effetto secondario della presenza del narcotraffico è quello di una forte diffusione del consumo interno. Con l’avocazione allo Stato della produzione e vendita della cannabis Mujica sta facendo un tentativo verso la sottrazione di parte del mercato degli stupefacenti alla criminalità organizzata, nel tentativo di porre un freno all’abuso e all’insicurezza.

Tuttavia gli ostacoli per Mujica provengono soprattutto dall’interno del suo schieramento. Il giudizio dell’opinione pubblica sull’operato del suo governo è il termometro di queste difficoltà. Secondo l’istituto uruguayano di sondaggi Factum il consenso sull’orientamento del governo Mujica, cioè sulla direzione in cui dice di voler andare, resta alto, al 79%. Ma la gestione dell’esecutivo, cioè il modo in cui il governo porta avanti e mette in pratica le idee, risulta meno condivisa, l’approvazione qui scende infatti al 25%.

Il governo, insomma, ha buoni propositi ma li mette in pratica male. La più grande debolezza di Mujica infatti è la difficoltà di agire concretamente, spesso a causa delle frizioni fra le correnti dello stesso Frente Amplio che non gli permettono di avere appoggio sufficiente per portare avanti le sue proposte. Un esempio è la difficoltà di “coabitazione” con il vicepresidente Danilo Astori, lo stesso che come ministro dell’Economia di Tabarè Vazquez aveva sostenuto un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti – escluso poi categoricamente da Mujica. In occasione del voto favorevole all’ingresso di Caracas nel Mercosur, Astori non ha esitato a schierarsi con l’opposizione nel criticare il capo dello Stato che, a suo dire, avrebbe agito contro quanto deciso invece dal governo.

Gli attriti hanno indebolito la corrente del presidente nel Frente Amplio e con l’elezione, poco più di un anno fa, di Monica Xavier alla presidenza della coalizione hanno determinato la riduzione del peso della componente del MPP di Mujica nella formazione, ora dominata da elementi vicini a Vazquez e Astori. “Pepe” ha ora a disposizione meno di due anni per chiudere positivamente una presidenza che, nonostante la mediatizzazione del suo personaggio da parte dello sbavante esercito di “vorrei ma non posso” di casa nostra, ha non poche difficoltà, e tutte interne.

Alessia Lai

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