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Qatar 2022: i costi umani dei Mondiali di calcio

Un emirato fondato nel 1971 da un gruppo di beduini, trasformatosi in una monarchia assoluta retta da una famiglia – gli al Thani – che regna per diritto divino, meno di due milioni di anime, una religione di Stato, l’Islam wahabita (fondamentalismo coranico), un’emittente televisiva, Al Jazeera. Il Qatar è un Paese artificiale, senza una storia e un’identità, che nonostante la sua microscopica superficie è riuscito negli ultimi anni a ritagliarsi un ruolo da protagonista sul piano diplomatico ed economico tanto da conquistare una medaglia di regime da parte dell’establishment liberista: l’organizzazione dei mondiali di calcio del 2022.

Cane da guardia degli Stati Uniti, il Paese del Golfo riflette perfettamente le conseguenze nefaste dello “sviluppismo capitalistico” in una penisola, quella arabica, che per usi e costumi è diametralmente opposta all’Occidente nella sua accezione negativa e moderna. Isole artefatte, grattacieli e centri commerciali che si ergono accanto alle Moschee, i templi hanno rimpiazzato il Tempio, donne interamente velate che passeggiano, silenziose, in un contesto che è tutto fuorché arabeggiante, dominato dagli sceicchi, uomini-ritratto di un Paese materialista e vizioso. E ancora ristoranti multi-etnici, il Souq Waqif, il vecchio mercato che di vecchio in realtà non ha nulla perché ristrutturato, ricolorato, arredato, come se fosse un set cinematografico. Ed infine una classe compradora e apolide in contrasto con un esercito di lavoratori-schiavi provenienti da Oriente, giovani migranti venuti in massa per sostenere gli ecomostri architettonici che il governo di Doha sta progettando. Tra questi, i tanti impianti per la competizione sportiva più importante del mondo.

Il Qatar, Paese col maggiore reddito pro capite al mondo, spenderà a questo scopo l’equivalente di 62 miliardi di sterline (circa 73 miliardi di euro). Denaro fittizio – creato dal nulla o dalle sole concessioni petrolifere – da immettere in un progetto faraonico, spettacolare quanto effimero, perché diventerà superfluo il giorno dopo la fine dei mondiali. Poco importa. A Doha e dintorni si respira già un clima d’isterismo di massa. Attualmente i lavoratori impiegati per l’organizzazione sono un milione e 200mila, provenienti in gran parte dal Nepal, dall’India e dallo Sri Lanka, e si prevede che un altro milione raggiungerà l’Emirato per completare stadi, hotel e infrastrutture destinate all’evento.

È risaputo da anni che in Qatar non esistono leggi a tutela dei diritti dei lavoratori, e a quanto sembra l’emirato avrebbe già le mani sporche di sangue. Secondo alcuni studi del sindacato Ituc (International Trade Union Confederation) ripresi in un recente articolo del giornale inglese The Guardian, nei cantieri qatarioti morirebbero 12 lavoratori a settimana e dall’inizio delle operazioni ne sarebbero già morti 600 e stando alle previsioni, se non s’interviene, alla fine le vittime saranno ben 4mila.

Le cause dei decessi non sono sempre chiare, dato che vengono evitate le autopsie e non vengono condotte le indagini di routine, ma è plausibile farle risalire all’inesistenza di misure di sicurezza nei cantieri e alle terribili condizioni logistiche a cui devono adattarsi questi lavoratori. Secondo The Guardian, che ha realizzato un’indagine sul campo, 44 lavoratori nepalesi – la maggior parte dei quali giovani dai 20 ai 30 anni – sono morti dal 4 giugno all’8 agosto per incidenti sul lavoro o per malattia. Gli stessi lavoratori interpellati dal giornale denunciano condizioni inumane, ai limiti dello schiavismo, con 50 gradi di temperatura e difficoltà persino a dissetarsi, con imprenditori che trattengono per diversi mesi i salari e i passaporti ai dipendenti, impedendo loro di tornare in patria.

Nel silenzio dei mass media, le richieste d’ispezione del sindacato Ituc sono state prese in considerazione dalle Nazioni Unite. François Crépeau, inviato speciale per i diritti dei migranti, dopo una missione di otto giorni nell’emirato ha redatto un rapporto sulla sua missione che sarà presentato al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Tra le 14 raccomandazioni per il governo di Doha ci sono l’introduzione di un salario minimo e di organizzazioni sindacali, ma soprattutto l’abolizione del sistema della “kafala” (“kafala system”) attualmente vigente in base al quale i lavoratori non possono cambiare impiego senza il permesso dei datori di lavoro, né lasciare il Paese senza il loro consenso firmato.

Sebastiano Caputo

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