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GBH – 14 novembre a Roma, Init

«Il punk rock è una parte del rock’n’roll e tutti noi sappiamo che il rock’n’roll non morirà mai».

Facile servirsi di proclami di questo tipo, quando si è giovinetti. C’è magari ancora un mondo, musicale e non solo, da scoprire. E tempo di cambiare. Spesso in peggio, diciamocelo. Spesso passando un frettoloso colpo di spugna su quello che si è stati e impetrando l’adulta comprensione di qualche nuovo “esaminatore” dei propri costumi. Magari il nuovo amichetto jazzista, col quale ci si sente in dovere di fare subito la migliore delle figure. O forse l’aficionado della classica, che vi ucciderebbe se sapesse che, prima di baloccarvi con ostentata competenza tra una sonata di Mozart o una fuga di Bach, siete ancora lì, quatti quatti nella quietezza cospiratoria della vostra cameretta, a gingillarvi con disdicevoli deliri sonori di quattro accordi.

Tutto passa, tutto cambia, dunque. Ma, per quanto sia nelle cose (nella giustizia e liceità delle cose), quello che fa male è il desiderio di completo oblio proprio alla pletora. Quella specie di preghiera, piuttosto squallida, di far passare ciò che si è stati in un tritatutto che redima dai peccati e sparga le ceneri della memoria lontane. Lo dicono i saggi dei cinque continenti, in centosessanta lingue differenti forse: chi è senza memoria, non è solo senza presente, è senza futuro.

 

Se invece, nel 2010, a pronunciare una frase del genere (e sicuramente l’avrà fatto col petto in fuori) è stato, alle soglie del suo cinquantesimo compleanno, un signore chiamato Colin Abrahall, beh, si può star certi di essere di fronte a qualcuno che le proprie parole le ha pesate con una bilancia di svizzera precisione.

Per tanti, in Inghilterra, già nel 1979 parlare di punk era parlare di una cosa morta. Morti, in effetti, ce n’erano stati. E le “truffe” non riuscivano più bene come all’inizio. E gli apripista erano già lontani da un certo tipo di ortodossia con la quale avevano “evangelizzato” le masse due o tre anni prima. Ma un virus, quando è resistente, non si lascia vincere facilmente. Certo, la penicillina della new wave o gli sgonfiamenti pop sembravano aver arginato l’epidemia popolare del biennio ’76-‘77, ma sacche consistenti e parimenti incazzate rispetto agli esordi resistevano agli albori degli Ottanta in circuiti via via più integralisti, via via più underground. Non proprio una cosa da ratti di suburra, certo, ma quantomeno dimensioni assolutamente ridotte e nessuna folla a prendere d’assalto i camerini dopo lo show (quando i locali erano dotati di camerini, ovvio…).

Ecco, in questa fase storica di apparente declino del genere, per alcuni di tracollo, ha inizio la storia dei Gbh da Birmingham. All’apparenza, una formazione come tante. Spille, borchie, un sacco di sudore. E però, fin dai primi passi, qualcosa suggeriva che questo nuovo ensemble di “distruttori”, per quanto fuori tempo utile rispetto alla possibilità di poter diventare paradigmatici, aveva abbastanza sangue nelle vene per lasciare una propria impronta (perché, si sa, per essere credibili come punk si è “costretti a sanguinare”). Lontani, per lo meno in questa fase, da politicizzazioni dei testi troppo marcate, i quattro badavano soprattutto a incendiare gli stages messi a loro disposizione con una furia incontenibile.

Dotati di una sezione ritmica martellante (che la storia del genere riterrà poi tra le più performanti di sempre, nonostante qualche cambio in corsa) e sempre pronta all’assalto, i Gbh si dimostrarono subito in grado di traslare la lezione dei Pistols e dei primi Clash nel nuovo, difficile decennio. Ingrediente fondamentale, manco a dirlo, la velocità esecutiva. Fin dal seminale EP d’esordio Leather, Bristles, Studs & Acne (e che titolo!), il loro discorso appariva assolutamente chiaro: andare a duecento all’ora, dritti dritti al nocciolo della questione, vale a dire scatenare i propri fan in uno scuotimento di ossa feroce. E la bontà dei risultati può essere riscontrata già nella prima prova sulla lunga distanza: City baby attacked by rats, uscito nell’ormai lontano 1982, costituisce senza alcun dubbio una delle pietre inamovibili del punk, con autentici “inni” come Sick boy o l’omonima title track (con le sue fantastiche rullate “marziali”) che fecero frullare la testa dei punx d’Albione ma anche quelli dal palato un po’ più “fine” d’oltreoceano.

Assurti al ruolo di nuovi locutori del Sacro Verbo, Colin Abrahall, “Jock” Blyth e soci vissero questa “investitura” con l’assoluta dedizione morale e fisica che si richiedeva all’uopo, mettendoci tutta la ferocia e l’energia a loro disposizione. Perennemente in giro per la Gran Bretagna su scassatissimi furgoni, i Gbh trovarono anche il tempo di dare un ottimo follow up al loro esordio: City baby’s revenge forma infatti con il suo predecessore una pariglia determinante nella loro discografia e nella storia del punk ottantino, portando avanti con la stessa passione le istanze sonore e attitudinali della band e permettendogli di conquistare un seguito sempre più numeroso, sempre più fedele.

 

Nonostante qualche inciampo nelle release successive, tra le quali si segnala comunque l’ottimo No need to panic, i ragazzi di Birmingham seppero mantenersi sempre su standard compositivi di assoluto rango, estremizzando via via la velocità esecutiva e di sviluppo delle loro canzoni.

Un fattore che, giustamente, li ha portati nel corso del tempo ad essere considerati tra i padri fondatori dell’hardcore, britannico e non solo. Il problema, semmai, fu quello di voler “indurire” mano mano il proprio sound nel tentativo, forse, di risultare sempre credibili, sempre all’altezza della loro fama di “ortodossi” e intransigenti. Ecco perché con Church of the truly warped del 1992 li troviamo a dirimere una sorta di rabbiosa contesa tra le proprie origini musicali e la tentazione di virare verso stilemi tipicamente “metallici”. D’altronde, per chi proviene dalla città dei Sabbath e dei Priest non deve essere stata una cosa troppo innaturale da provare…

Un esperimento forse non troppo riuscito, anche se, ed è bene sottolinearlo, generi come il trash o certo speed metal traggono la propria linfa vitale (talvolta ideologica) proprio dall’estremizzazioni del punk (e non a caso i Metallica hanno più volte ricordato l’importante ruolo giocato dai Gbh nella loro formazione. Si potrebbe anche pensare al debito degli Slayer nei confronti dei Dead Kennedys, per dirne un’altra).

Fu forse proprio per la legittimità del tentativo che lo zoccolo duro dei loro fans rimase abbastanza compatto, consentendogli di continuare a girare in lungo e in largo i vari continenti e di essere sempre presenti sui classici “chiodi” d’ordinanza, con spille e toppe recanti un logo divenuto ormai glorioso e di immediato riconoscimento. Ecco perché, dopo una lunga fase di meditazione e di attività live, Abrahall e Blyth si impegnarono a recuperare un’impronta quanto più rootsy possibile rispetto ai loro esordi, abbandonando, se così si può dire, la strada che poteva condurli verso una diversa identità di suono.

Quel che ne venne fuori, Punk Junkies del 1996, è, fin dal titolo, una dichiarazione d’intenti e di appartenenza, oltre che un apripista del “nuovo, vecchio corso” dei Gbh, che da quel momento in poi non sono più caduti in tralignamenti musicali e che, come è ovvio che fosse, sono stati “riabbracciati” dalla nuova ondata punk con tutti gli onori e la deferenza del caso. A tal proposito, vale la pena ricordare che la loro ultima fatica in studio, il bel Perfume and piss del 2010, sia stato licenziato dalla Hellcat Records, la casa di produzione di Tim Armstrong, frontman dei Rancid e personaggio di punta della scena da vent’anni a questa parte.

Insomma, come avrebbe detto qualcuno, tutto bene quel che finisce bene, no? Il classico lieto fine.

Ecco, se volete sentire come suona il lieto fine dopo 34 lunghi anni e farvi, in aggiunta, un bel bagno di sudore e pogo, non vi resta che venire stasera all’Init di Roma (via della Stazione Tuscolana 133) alle ore 21 e 30, per assistere alla terza tappa italiana del tour (Milano ieri, Bologna domani). Apriranno i TBA.

Domenico “John P.I.L.” Paris

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