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I nostri “eroi” sacrificati sull’altare degli USA

Non è equilibrismo, seppure sia vero che di questi tempi è richiesto schierarsi con sempre maggiore nettezza sulle cose del mondo. Ma può essere concesso fregarsene bellamente di ragioni e sentimenti altrui nel giudicare una tragedia? Perché pare che se non ci si esprime con affettata retorica nazionalista sull’anniversario della strage di Nassiriya si è delle bestie senza cuore.

Il dispiacere per la perdita di vite umane dovrebbe essere condiviso, ma quando diventa più intenso per esclusivi vincoli “di passaporto” ci si dovrebbe interrogare sulla cosa. Lo schierarsi nettamente non dovrebbe essere sul ricordo di morti “nostri” contrapposti ai morti “altri”, particolarmente in una situazione come quella irachena di 10 anni fa. Da un lato celebrazioni patriottarde alla “grazie ragazzi” e “i nostri eroi”, dall’altra scherno e riduzione di 19 vite a “mercenari senza onore”. Non viene contemplato nulla che non venga tagliato con l’accetta, e giù a ululare contro chi, come la deputata Emanuela Corda ha “osato” affermare che nessuno conosce il nome dell’uomo che allora si è immolato contro la base italiana, che ha deciso di morire e portarsi dietro le vite di coloro che per lui non erano altro che occupanti.

Non è pacifismo del piffero, quello delle bandierine arcobaleno per intenderci, né antimilitarismo d’accatto, il criticare celebrazioni che volutamente e colpevolmente nascondono la vera causa di quella strage di 10 anni fa. Ma in questo paese è da eretici chiedersi che diavolo ci facevano i militari italiani nel sud dell’Iraq e rispondersi col disincanto di chi sa bene che andava rispettato il patto di sangue con Washington e in subordine fatta la guardia ai pozzi dell’Eni. Patrimonio che andava difeso da orde di iracheni che incredibilmente non capivano che assieme all’uranio impoverito gli occidentali, rappresentati anche dai militari con lo scudetto tricolore, portavano libertà e democrazia.

Tanto è stato l’impegno internazionale per quelle genti che oggi, quotidianamente, in Iraq saltano in aria decine di persone in attentati settari dei quali 11 anni fa non si intravedeva ombra. «Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell'attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari; a volte ricordiamo anche i 9 iracheni che lavoravano nella base italiana, ma non troppo spesso. Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage. Un'ideologia criminale lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico, e lo aveva mandato a morire». Queste le parole della deputata dei 5 Stelle. Se questa è la celebrazione di un kamikaze c’è da intendersi bene sul significato di alcune parole del vocabolario italiano.

La realtà è che anche solo la semplice considerazione che allora ci fossero delle ragioni inascoltate “dall’altra parte” e che queste abbiano innescato la miccia della bomba umana diventa un delitto contro la memoria dei caduti. Hanno diritto di celebrare quelle vittime i parenti, gli amici che li hanno amati in vita e che li hanno persi per sempre. Troppi altri ne usano la tragedia per continuare ad anestetizzare le coscienze e convincere gli italiani che abbiamo anche noi i nostri eroi vittime del terrorismo, che siamo dunque in comunione con gli altri paesi occidentali minacciati dal terrore, e come tali dobbiamo difenderci inviando truppe a migliaia di chilometri, in luoghi lontani dai nostri confini nazionali tanto quanto dai nostri interessi strategici.

Dopotutto al Qaeda non ha fatto saltare la metropolitana di Roma. Non abbiamo vittime civili da mettere sul piatto delle nazioni occidentali colpite al cuore da bombe indiscriminate e allora gettiamo l’asso Nassiriya. Ma i madrileni  e londinesi che il destino ha voluto fossero a bordo dei treni colpiti negli attacchi del 2004 e del 2005 sono eroi tanto quanto i militari italiani uccisi dieci anni fa. Cioè non lo sono.

I 19 restano vittime, ancora una volta, della retorica usata da ogni governo succedutosi dal quel 2003. E per tutti quelli che cadono ancora nella trappola sarebbe opportuno riflettere: quei soldati non sono tornati in patria sugli scudi ma dentro feretri usati per rinsaldare la venefica alleanza a perdere con gli Stati Uniti d’America.

Alessia Lai

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